I mercati sembrano ormai convinti: la Federal Reserve interverrà nel prossimo futuro con nuovi acquisti di asset per rilanciare una ripresa economica che segna il passo. La Fed ha fatto filtrare il messaggio che in caso di difficoltà della ripresa a mantenere un tasso di avanzamento abbastanza elevato da permettere una robusta ripresa del mercato del lavoro sarebbe stata pronta ad adottare ulteriori misure di allentamento quantitativo ed i recenti dati relativi agli occupati del settore privato, aumentati a settembre di sole 64mila unità contro le 75mila previste, potrebbero essere l’elemento che di fatto darà il via a nuove operazioni di acquisto di bond.
Del resto il tasso di disoccupazione, stabile a settembre al 9,6%, è ormai da 14 mesi al di sopra della soglia del 9,5%, la sequenza più lungo oltre tale livello dal 1948 (anno di introduzione delle rilevazioni mensili). Un miglioramento dall’ottobre del 2009, quando la disoccupazione era risultata al 10,1%, c’è stato, ma la stessa Fed sottolinea come saranno necessari ancora molti sforzi ed un tempo prolungato per recuperare gli 8 milioni e mezzo di posti di lavoro persi per via della crisi.
Il Fondo monetario internazionale non fornisce del resto appigli per sperare in un miglioramento delle condizioni a breve termine, avendo di recente peggiorato le proprie stime sull’economia Usa ed avvertito che il tasso di disoccupazione in quel paese continuerà a dimostrarsi “ostinatamente elevato”. Le previsioni per il 2010 sono di una crescita del 2,6%, inferiore rispetto a quella del 3,3% stimata a luglio, mentre per il 2011 le attese sono per una espansione del 2,3% invece che il 2,9% previsto in precedenza. Senza un miglioramento del quadro occupazionale è molto difficile che le spese delle famiglie aumentino e quindi che la ripresa economica, in assenza di nuovi interventi esterni, acceleri.
La Fed ha terminato lo scorso marzo il piano di acquisto di titoli del Tesoro e mutui immobiliari arrivando a rilevare 1700 miliardi di dollari e portando così gli attivi del proprio bilancio a 2300 miliardi di dollari. A novembre secondo molti osservatori potrebbe partire un secondo round di “quantitative easing” per altri mille miliardi di dollari (una cifra enorme, per dare una idea della sua rilevanza basti pensare che è equivalente al 7% del Pil circa).
Gli effetti sui mercati finanziari dell’aumento delle attese di una implementazione di creazione di moneta attraverso l’acquisto di titoli di Stato sono evidenti: da un lato il deprezzamento del dollaro contro euro (in Europa, al contrario che negli Usa ed in Giappone, si sta cercando di drenare liquidità e non di crearne) dall’altro la corsa ai metalli preziosi ed il rialzo delle borse.
Per l’investitore europeo l’impatto avuto dal deprezzamento del dollaro è probabilmente quello maggiore. Il grafico dell’indice statunitense S&P500 espresso in euro mostra infatti le quotazioni in prossimità dei minimi degli ultimi tre mesi, al di sotto della media mobile a 200 sedute, una situazione decisamente diverso rispetto a quella dell’indice in dollari che è invece ai massimi degli ultimi 5 mesi circa e al di sopra della media mobile a 200 giorni.
Per il risparmiatore di casa nostra è quindi giunto il momento di farsi una domanda: se davvero la Fed deciderà tra poche settimane di intervenire ancora sulla liquidità del sistema e se questo comporterà il proseguimento della fase di debolezza del dollaro (che potrebbe anche superare area 1,50 contro euro) non è forse meglio concentrare l’attenzione sui listini europei?
Una premessa è d’obbligo, la direzione della borsa è per buona parte condizionata dall’andamento di quella Usa, quindi la decisione che il risparmiatore potrebbe dover prendere alla luce di un rinnovato alleggerimento quantitativo da parte della Fed è su quali panieri potrebbero fare relativamente meglio (includendo anche l’effetto del cambio). In un portafoglio azionario non è infatti pensabile di escludere la componente Usa, dato il peso che quella borsa ha sul totale del mercato.
Quello che potrebbe tuttavia avere senso ipotizzare in questo momento è di ridurre l’esposizione sugli indici statunitensi per incrementarla su quelli europei.
In particolare i panieri che hanno l’euro come moneta di riferimento che meglio si sono comportati negli ultimi sono stati quello tedesco, quello belga, quello spagnolo e quello austriaco. Graficamente interessanti anche l’indice della borsa danese (la Danimarca è un membro dell’Unione Europea tuttavia al suo interno la moneta non è l’euro ma la corona), sul quale il rischio cambio è praticamente nullo, e quello della borsa inglese, dove invece la componente cambio non è trascurabile.