
Non è certo la prima volta che le elezioni di Medio Termine degli Stati Uniti sfiduciano il presidente in carica: è già successo con Ronald Reagan, con Bill Clinton e con George Walker Bush che comunque erano sempre stati riconfermati poi per il successivo mandato. Si tratta di tre nomi che comunque pesano nella storia americana recente e di tre “fantasmi” con i quali l’esecutivo di Obama è costretto a confrontarsi in varia maniera. Al momento però una cosa è certa, i falchi del Tea Party repubblicano non sono stupidi come i liberal li hanno dipinti finora e riescono a canalizzare quel malcontento americano assai diffuso a due anni dall’elezione di Obama. Sarà che la disoccupazione viaggia ancora intorno a un insostenibile 10%, che la ripresa tarda ad arrivare nonostante gli impegni multimiliardari del Governo e che i signori di Wall Street sembrano ancora mantenere saldo il controllo del Paese nonostante le riforme finanziarie varate o promesse dall’Esecutivo. Certo le sfumature anarchiche dei nuovi Republican, di quelli cioé che abolirebbero la Fed e vorrebbero dei tagli della spesa pubblica e quindi del Welfare antitetici alle posizioni della Casa Bianca saranno sempre più pesanti negli orientamenti del Congresso, o almeno della Camera dove l’opposizione all’attuale esecutivo ha ribaltato una maggioranza schiacciante guadagnando 60 seggi. Il nuovo assetto del Congresso che, va ricordato, non può sfiduciare il Presidente in carica, regala comunque la maggioranza alla Camera dei Deputati ai repubblicani (239 seggi contro i 183 dei democratici di Obama). Il Senato mantiene la maggioranza democratica con 51 seggi blu contro i 46 rossi dei Repubblicani. Nelle fila dei GOP, come viene soprannominato il partito repubblicano USA (Grand Old Party), spiccano i nomi di uomini come Rand Paul figlio del politico repubblicano Ron, o di John Bohener che prende il posto della democratica Nancy Pelosi alla presidenza della Camera americana. Il primo è un elemento di spicco del Tea Party, sorta di movimento repubblicano dentro il partito ma schierato contro la vecchia nomenclatura dell’epoca Bush che è divenuto il vero protagonista di queste elezioni. Il secondo, John Bohener, è un uomo politico di lungo corso da sempre vicino a varie lobby economiche nonostante le sue dichiarazioni contro corrente e contro il sistema attuale. Al loro nome merita di essere accostato quello di Marco Rubio. Dietro i proclami sulla “Real America” di una rediviva Sarah Palin si vede però un dibattito sempre più acceso su temi spiccatamente economici. Il debito pubblico degli Stati Uniti è già chiaramente indirizzato oltre la soglia massima dei 14,3 miliardi di dollari oltre la quale Obama si troverebbe a un bivio: tagliare la spesa pubblica di oltre quel 5% già annunciato e magari trovare un accordo con la Camera su questo, oppure cercare di tirare dritto trovando delle alleanze trasversali nel Congresso. Di certo il deficit spending esce un po’ con le ossa rotte dall’ultimo scrutinio e il sostegno delle masse al Welfare, su cui pure punta l’attuale Presidenza, sembra vacillare nonostante la riforma sanitaria varata da Obama, riforma che resta una delle manovre più criticate dai repubblicani. Secondo alcuni osservatori i timidi rialzi di Wall Street di ieri (e quelli ancor più flebili di oggi) sarebbero sintomatici di un orientamento dei mercati a un cambio di rotta a Washington. Di certo gli operatori oggi guarderanno con enorme attenzione alla Fed che stasera deciderà sui tassi e sulle manovre di quantitative easing. Se il riacquisto di Treasuries dovesse rivelarsi inferiore ai 500 miliardi di dollari i mercati azionari potrebbero risentire della decisione. Resta poi da vedere anche se i riacquisti della Banca centrale Usa, ossia i suoi sostegni all’economia a stelle e strisce, saranno decisi in una manovra sola o verranno spalmati nel tempo. Di certo anche Ben Bernanke dovrà a questo punto tenere conto degli orientamenti tutt’altro che morbidi del Tea Party.