La conclusione del mese di ottobre ha permesso di fotografare una situazione positiva per la borsa Usa: il Dow Jones, in crescita del 3,1%, ha archiviato il miglior ottobre dal 2006, lo S&P500 con un +3,7% il miglior ottobre dal 2003.
Questi risultati consentono il proseguimento della striscia positiva iniziata a settembre (agosto era aveva concluso in negativo nonostante nel mese fossero stati toccati massimi superiori a quelli di luglio), con entrambi gli indici che mettono a segno nel bimestre rialzi ben superiori al 10%.
E’ difficile tuttavia continuare ad essere positivi per il futuro se si prende in considerazione il quadro macroeconomico. Il dato preliminare per il Pil Usa del terzo trimestre ha evidenziato un rialzo del 2%, in linea con le attese ma decisamente inferiore a quello dei periodi precedenti (ad inizio anno la crescita del Pil era stata quasi doppia, del 3,7%, rispetto alla attuale). E come se non bastasse sono molte le voci che circolano secondo le quali le previsioni ufficiali per il 2011, che prevedono una crescita del 2,4%, dovranno essere riviste significativamente al ribasso, anche al di sotto del 2%.
Le aspettative di una crescita rallentata nei prossimi trimestri sono già filtrate anche nel mondo reale. La fiducia dei consumatori per il mese di ottobre calcolata dalla Università del Michigan è infatti scesa a 67,7, al di sotto delle attese di 68, toccando i minimi dal novembre 2009. La mancanza di fiducia da parte dei consumatori potrebbe rappresentare un grave problema per gli Stati Uniti in questa fase: la Fed ha deciso di procedere con il secondo round di alleggerimento quantitativo, nella convinzione che una ulteriore iniezione di liquidità dovrebbe contribuire a mantenere i tassi di interesse sui livelli già molto bassi sui quali si trovano da due anni circa e convincere quindi aziende e consumatori ad incrementare la propria spesa indebitandosi.
Ma un basso livello di fiducia nel futuro rischia di condizionare negativamente l’attitudine dei consumatori anche in presenza di condizioni particolarmente favorevoli alla spesa, rendendo di fatto poco rilevanti gli effetti dell’intervento della banca centrale.
Paradossalmente si potrebbero creare le condizioni per fare scattare la trappola della liquidità di keynesiana memoria, dove a causa della mancanza di fiducia, anche in presenza di tassi prossimi allo zero, investitori ed aziende continuano ad accumulare liquidità piuttosto che spendere ed investire facendo ripiombare l’economia in recessione. In aggiunta a questo potrebbero verificarsi altri effetti indesiderati, in particolare sul debito pubblico (enorme) sia a causa della debolezza del dollaro (conseguenza dei tassi bassi) sia a seguito di timori di una successiva veloce risalita dell’inflazione (la Fed con la ripresa delle misure di quantitative easing cerca anche di allontanare il rischio di una deflazione) che potrebbe fare crollare i prezzi dei titoli, soprattutto quelli con scadenza più lontana, ovvero più sensibili a variazioni nelle attese dei tassi di interesse.
Del resto il rendimento dei trentennali è tornato a fine ottobre al di sopra della soglia del 4%, livelli che non si vedevano dall’estate, mentre i decennali sono saliti al di sopra del 2,7%, allontanandosi quindi in modo significativo dai minimi toccati quest’anno al 2,33%. Movimenti di questo tipo fanno capire che i mercati credono nell’equazione “più liquidità uguale più inflazione” e costringono a prendere in considerazione l’ipotesi che il trend rialzista di lungo termine dei bond sia ormai alle ultime battute.
La pista ciclica a 200 sedute (indicatore che misura la distanza tra la media mobile a 200 giorni ed i prezzi e che tende ad oscillare all’interno di una fascia relativamente stabile nel tempo) è giunta sul grafico del T-Bond future in ipercomprato in corrispondenza con i massimi di agosto ed ha iniziato da allora a percorre lo spazio che la separa dall’estremo opposto della fascia di oscillazione.
Nel corso dell’ultimo ventennio il passaggio la durata dei cicli dell’indicatore è stata raramente inferiore all’anno, più spesso si è disegnato in un periodo di almeno due anni, quindi il rischio che i massimi di agosto abbiano rappresentato l’origine di una fase ribassista duratura troverebbe conferma anche tramite l’utilizzo degli strumenti dell’analisi tecnica.
L’andamento dei prezzi di oro e argento, beni rifugio per eccellenza quando i timori di una fiammata inflazionistica salgono, sembra avvalorare l’esistenza di aspettative di futura crescita dei prezzi al consumo: l’argento ad esempio ha iniziato il 2010 a 16,86 dollari, e vale ora 25 dollari circa, un rialzo di quasi il 50% che sarebbe riduttivo catalogare come un movimento puramente speculativo di breve termine, anche perchè in area 21 dollari, quota superata da circa un mese, si collocavano i precedenti massimi storici del marzo 2008 (la evidente accelerazione alla rottura della resistenza ne conferma in analisi grafica la validità ed è segnale che ribadisce la presenza di un trend ben strutturato).