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La questione economica irlandese rimette in luce la fragilità politica dell'Unione europea

Pubblicato: 17 nov 2010 da Ferry Boat

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I mercati non sembrano poi tanto rasserenati dalle dichiarazioni giunte dopo la riunione dell’Eurogruppo di ieri. Un comunicato ufficiale dell’organizzazione Ue presieduta da Herman Van Rompuy ha espresso apprezzamento per gli annunci del Governo irlandese in merito a nuovi sforzi di consolidamento dei conti pubblici che dovrebbero partire da 6 miliardi di euro nel 2011 e raggiungere i 15 miliardi di euro in quattro anni. I dettagli saranno forniti da Dublino entro la fine del mese e dovrebbero comprendere anche delle riforme strutturali ma qualcosa di meno di una riforma “lacrime e sangue”, come piace oggi dire delle manovre sulla spesa pubblica o sulle entrate. Ammesso che Dublino accetti un aiuto del quale finora ha detto di non avere bisogno.

Di certo finora il governo irlandese, che si trova a dover fronteggiare una crisi delle principali banche del Paese che già è costata ben 45 miliardi di euro, ha saputo difendere le proprie prerogative assai più di quanto non abbia fatto finora Atene o il Portogallo. Per prerogative non intendiamo il diritto a legiferare sugli stipendi dei dipendenti pubblici o sui vari tipi di balzelli, ma lo specifico caso della tassazione irlandese delle imprese al 12,5% che rappresenta poi la leva dello sviluppo irlandese degli ultimi anni. Almeno in questi termini si sono espressi autorevoli esponenti tedeschi.

A guardare i credit default swap di stamane in realtà i principali paesi periferici d’Europa non sembrano comunque tanto sicuri come le dichiarazioni istituzionali vorrebbero sostenere: i cds della Grecia sono cresciuti di 19 punti base a 950 bp, quelli della Spagna di 7 a 266 bp, quelli dell’Italia hanno raggiunto quota 191 bp (+4 bp) mentre quelli del Portogallo hanno toccato quota 430 bp (+2). L’Irlanda ha registrato un balzo di 20 punti base a quota 540 bps. Insomma sul controverso mercato dei credit default swap, che secondo molti critici è scarsamente trasparente in quanto mercato Over the counter guidato da pochi operatori principali e tendenzialmente soggetto alle speculazioni, le incertezze rimangono e si moltiplicano.

D’altra parte l’Unione Europea che non è neanche riuscita ad approvare il proprio budget per il prossimo anno (dovrà limitarsi ai coefficienti dell’anno scorso) e a detta dello stesso Van Rompuy rischia di non sopravvivere agli squilibri nei bilanci di paesi come la Grecia o l’Irlanda. D’altra parte toni e visioni diverse su cosa l’Unione può o non può imporre fra i Piigs non mancano e l’Irlanda già in passato si è mostrata molto determinata a non rinunciare alla propria sovranità. Non è comunque ancora chiaro quali saranno i termini delle contrattazioni fra Bruxelles e i vari governi, quali i risultati degli informali, ma importantissimi, tavoli bilaterali nazionali più o meno palesi che si stanno organizzando.

La Grecia, che in fondo con i propri conti falsificati ha rivelato la fragilità dei sistemi anti-crisi dell’Europa unita, di recente ha pubblicato i propri dati economici che sono stati accolti a Bruxelles come trasparenti e incoraggianti, ma che in pratica impegnano Atene a portare rapidamente il deficit/pil dal 9,4% su livelli più accettabili e comunque entro il 3% del Pil entro il 2014. Papandreou in proposito si è detto ottimista e ha già promesso un taglio di 17 miliardi di euro al deficit nel 2011 e manovre ulteriori. Le richieste europee si muovono in direzione di un ulteriore taglio della spesa pubblica con riforme strutturali a livello di politica tributaria, di mercato del lavoro, di servizi offerti dalla pubblica amministrazione anche nel campo della sanità e degli incentivi alle imprese.

Nel caso del Portogallo l’obiettivo rimane quello di un deficit al 4,6% per il prossimo 2011, da conseguire anche in questo caso con manovre di riduzione del debito. Sul confine di richieste volutamente generiche che però incidono ovviamente sulla tenuta di maggioranze politiche e sulla sovranità degli stati membri dell’Unione Europea si muovono con estrema cautela le dichiarazioni delle istituzioni Ue.

Germania e Gran Bretagna sono i maggiori creditori dell’Irlanda, ma non hanno esitato a promuovere ancora manovre di rigore, mentre le loro banche continuavano a comprare titoli del debito Irlandese (con probabilmente gli annessi cds) e asset locali. In generale sul piano politico rimangono le maggiori perplessità, perché se l’Europa ha voluto dimostrare di avere i mezzi per far fronte a ogni eventuale crisi irlandese, portoghese o greca con pronti finanziamenti (si parla di una cifra di 300 miliardi per i tre paesi), la contropartita chiesta alle nazioni dai conti fragili rimane ancora incerta.

Brian Cowen, premier irlandese, ha ribadito di non avere bisogno di un aiuto europeo e molti ipotizzano che in realtà questo aiuto serva, ma che metta in gioco la sua rielezione già molto in forse.

Angela Merkel, che si è vista bocciare l’ipotesi di una partecipazione dei privati ai piani di salvataggio, promuove un intervento che in seconda battuta porterebbe alla Germania e agli altri paesi (come l’Italia) notevoli interessi sui prestiti nonostante malumori sempre più diffusi nel popolo tedesco per quelli che sono letti come atteggiamenti che premiano dei conti non in regola. In realtà proprio le banche tedesche sono profondamente esposte al debito irlandese e salvando Dublino anche la Germania eviterebbe i duri contraccolpi di un eventuale default irlandese.

Il confine fra finanza pubblica e impieghi privati delle varie banche d’Europa insomma si dimostra molto liquido e l’opinione pubblica in molti casi è l’unico baluardo contro degli interventi visti come sbagliati dal popolo tedesco. Che si tratti solo di un malinteso? Di certo le incertezze fanno crescere i rendimenti ossia i tassi pagati dalle nazioni a rischio sul proprio debito, penalizzano le finanze pubbliche impegnate spesso nel salvataggio di banche private e affossano l’euro, con un vantaggio per le economie esportatrici come la Germania.

Il debito pubblico irlandese, per intero, ammontava a ottobre a circa 89,6 miliardi di euro contro risorse da 750 miliardi di euro che l’Europa potrebbe approntare in una settimana. Sarebbero, però, prestiti da ripagare con manovre invise all’opinione pubblica delle nazioni finanziate. Il cerchio da chiudere rimane quello del salvataggio pubblico di banche private vittime del moral hazard, del conto di Wall Street che passa alla Main Street come si diceva in America qualche tempo fa. Nel frattempo l’Europa appare ancora una volta troppo fragile.

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