I recenti dati relativi al Pil del terzo trimestre delle principali economie europee mostrano chiaramente che quelle di Germania e Francia sono in fuga rispetto alle altre. Il dato preliminare e destagionalizzato sul Pil del terzo trimestre della Germania ha evidenziato una crescita del 3,9% su base annua (a fronte di attese di un +3,7% e di un +3,1% messo a segno nello stesso periodo dagli Usa). Rispetto al trimestre precedente la crescita del prodotto interno tedesco è risultata dello 0,7%, il Pil francese è invece cresciuto dello 0,4%, sempre su base trimestrale. In Germania a trascinare la crescita sono risultate essere sia la componente dei consumi domestici sia la domanda dall’estero
, in Francia è stato possibile assistere ad una crescita dei consumi delle famiglie dello 0,6%, ad un aumento dell’export del 2,5% e dell’import del 4,1%. A fronte di questi risultati in Spagna il Pil ha segnato un valore invariato rispetto ai tre mesi precedenti (era cresciuto dello 0,2% nel secondo trimestre), l’Italia ha saputo fare solo leggermente meglio, registrando un progresso di appena lo 0,2% (+1% su base annua). Più in generale a livello europeo la crescita è stata dello 0,4%. Alla luce di questi dati appare credibile la revisione al rialzo operata dal Governo guidato da Angela Merkel circa le previsioni di crescita per il 2010 ed il 2011, portate rispettivamente dall’1,4% al 3,4% e dall’1,6% all’1,8%. In Francia invece la banca centrale si attende una crescita per l’intero 2010 dell’1,6% mentre il Governo prevede un aumento del pil nell’ordine del 2%. Bene auspicante per la Germania anche l’andamento del settore privato: l’indice Pmi composito (manifatturiero e servizi) è balzato ad ottobre a 56,0 punti dai 54,7 di settembre, letture al di sopra della soglia dei 50 punti indicano una futura espansione del settore, la disoccupazione è scesa ai minimi da 18 anni mentre le assunzioni, sempre nel settore privato, non sono mai state così sostenute dal maggio 2008. Anche in Francia, nonostante la recente stagione di scioperi, il Pmi sul settore terziario si mantiene in area 55 (era addirittura 58,2 a settembre), ben oltre la soglia critica dei 50 punti, in prossimità della quale si collocano invece l’indice spagnolo (a ottobre 51, 2) ed italiano (Pmi servizi a ottobre è risultato a quota 51,0). In Germania poi l’indice Zew, quello riflette le aspettative di investitori e analisti sulle prospettive dell’economia per i successivi sei mesi, a novembre è balzato a 1,8 da -7,2 di ottobre, facendo registrare il primo rialzo da sette mesi a questa parte e battendo nettamente le attese degli economisti che si aspettavano l’indice a quota -7,0.
Le differenze nella crescita economica nei diversi paesi si riflettono in questa fase fedelmente sul comportamento dei loro listini azionari, solo marginalmente condizionati dall’andamento dell’euro. La forza della Germania risiede infatti nel suo export, ma il recente rafforzamento dell’euro sul dollaro, dai minimi di 1,1880 circa di giugno il cambio è passato a testare quota 1,4280 circa a giugno, sembra non aver inciso sulle performance dell’economia. Nei primi 10 mesi dell’anno la crescita del Dax tedesco è stata del 18% circa, quella del Cac francese dell’1%, quella del nostro Ftse Mib è stata invece negativa per il 7% circa, simile a quella del madrileno Ibex, in calo del 6%. Questi dati sembrano confermare l’ipotesi che le preferenze degli investitori negli ultimi mesi siano stati condizionate pesantemente dall’andamento dell’economia dei diversi paesi più che da eventuali incertezze politiche. L’analisi dei grafici delle singole borse non lascia aperti molti spiragli per un cambiamento nei rapporti di forza esistenti oggi tra gli indici: chi ha performato meglio nella prima parte dell’anno dovrebbe risultare vincente, almeno in termini di forza relativa, anche nei prossimi mesi. Sarebbe probabilmente in questo momento sbagliato, dopo aver preso atto che la ripresa nell’area dell’euro è un fenomeno non omogeneo, basare le proprie scelte di investimento su di un ragionamento “contrarian”, ovvero ipotizzare che quegli indici di borsa rimasti attardati nella performance siano quelli che avranno maggiori spazi di recupero nel caso il trend generale dei mercati azionari dovesse volgere definitivamente al bello, come del resto sembra possibile dopo i segnali incoraggianti registrati nel mese di ottobre e nonostante le recenti flessioni. Il rischio che il differenziale di rendimento si mantenga elevato anche nel prossimo futuro esiste, le divergenze potrebbero anzi ampliarsi in caso di una durevole salita delle azioni. Lo studio del grafico di forza relativa che evidenzia le oscillazioni del rapporto di forza esistente ad esempio tra il Ftse Mib ed il Dax mostra infatti un tendenza ribassista ormai pluriennale che proprio di recente ha visto la violazione di importanti livelli di supporto. Considerazioni analoghe possono essere avanzate nei confronti del rapporto Italia / Francia, dove non solo è riconoscibile un trend ribassista di lungo termine del grafico di forza relativa (picco a febbraio 2003, unica interruzione della discesa tra marzo e maggio 2009) ma è anche evidente la recente violazione di un supporto importante, quello rappresentato dai minimi relativi di giugno. Alla luce delle considerazioni fatte sulle relazioni tra andamento dell’economia e corsi di borsa non stupisce quindi constatare che da due anni circa l’andamento del grafico di forza relativa tra Ftse Mib ed Ibex 35 è sostanzialmente orizzontale (negli otto anni precedenti era invece stato l’indice madrileno ad essere in vantaggio sul milanese). I trend di forza relativa sono decisamente più stabili rispetto a quelli dei singoli strumenti che compongono il rapporto, ed il proseguimento della condizione attuale appare quindi probabile.