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L'Irlanda accetta gli aiuti, Bruxelles tira un sospiro di sollievo

Pubblicato: 22 nov 2010 da Ferry Boat

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Le banche irlandesi dovranno diventare molto più piccole per reggersi sulle proprie gambe, Dublino accompagna così la decisione di accettare gli aiuti internazionali in cambio di tagli della spesa aumentati a 6 miliardi di euro. Alla fine il primo ministro irlandese Brian Cowen ha ceduto alle pressioni politiche ed economiche della scorsa settimana e ieri sera ha parlato al suo popolo, insieme al ministro delle Finanze Brian Lenihan, del futuro del Paese che oggi segna un deficit del 32 per cento.

Certo la tigre celtica oggi sembra un gattino, con il differenziale del debito pubblico con quello tedesco che viaggia sopra il 5% dopo aver toccato un massimo di 6,82 punti nei giorni scorsi, e duri tempi di Austerity all’orizzonte. I conti pubblici si sono incagliati sul rischio insolvenza delle banche e su un modello di sviluppo aggressivo che ha reso troppo fragile l’intera struttura finanziaria del Paese. Finanziamenti bancari da capogiro reperiti sui mercati internazionali hanno alimentato la corsa degli ultimi anni. I prezzi degli immobili sono volati alle stelle, grazie anche a meccanismi finanziari speculativi che hanno gradualmente gonfiato la bolla. Il pungiglione della crisi dei subprime negli Stati Uniti ha svegliato bruscamente Dublino.

Non tutto del passato, però, andrà alle ortiche e il governo ha difeso la fiscalità di vantaggio per le imprese, con un’aliquota del 12,5% che irrita molti dei competitor europei. D’altra parte l’eventualità di un default nell’Eurozona o dell’uscita di un Paese dell’Area della moneta unica non è più soltanto una questione nazionale. La salvezza dell’Eurozona di periferia è diventata una questione di sopravvivenza dell’intera Europa, così in pratica ha sintetizzato anche Herman Van Rompuy, numero uno del Consiglio Ue.

Adesso l’Efsf (l’European financial stability facility, il salvagente europeo messo appunto quasi un anno fa) varerà insieme all’Fmi aiuti che dovrebbero essere compresi tra gli 80 e 90 miliardi di euro in favore di Dublino. L’Irlanda taglierà in cambio 6 miliardi di euro con la finanziaria 2011 anticipata di un mese a causa dell’emergenza sui mercati internazionali del debito. Il deficit dovrebbe così scivolare rapidamente sotto il 10% dall’attuale 32% circa del Pil, in vista del rientro nei parametri Ue del 3% entro il non lontano 2014.

Previsti vari tagli alla spesa pubblica, ma Cowen ha anche sottolineato i primi segnali di ripresa, a partire da una crescita del 6% nelle esportazioni che lascia sperare in un riequilibrio dell’economia irlandese. Certamente le proposte di Gran Bretagna e Svezia per un supporto ulteriore all’economia irlandese sulla base di accordi bilaterali non stupiscono: in base a quanto riportato dal Financial Times l’esposizione delle banche britanniche verso il debito irlandese sarebbe di 5,4 miliardi di euro e quella tedesca di addirittura 12,3 miliardi di euro, senza questa triangolazione del debito gran parte dell’ultima crisi non sarebbe spiegabile.

D’altra parte a Bruxelles non si temeva solo per Dublino, ma anche per Lisbona e Atene. Il gioco di squadra dei primi ministri Ue in vista della chiusura di un 2010 che si è dimostrato molto meno incoraggiante del previsto lascia comunque ancora a desiderare. Tagli alla spesa pubblica per 2,2 miliardi di euro hanno risvegliato l’euroscetticismo del Portogallo, che è intervenuto pesantemente su pensioni e sanità, sul lavoro pubblico e sulla tassazione delle imprese anche in condizioni di deficit al 7,3% circa del Pil nel 2010.

Manovre simili si sono viste anche in Grecia con ulteriori interventi sulla spesa pubblica e una campagna di privatizzazioni molto estesa: il risultato è che la manovra finanziaria di Atene passa da 8,2 a 14,3 miliardi di euro e le pressioni sociali crescono enormemente. La Spagna infine non ha potuto opporre a una disoccupazione al 20% che tagli a ministeri e stipendi pubblici che non incoraggiano la ripresa economica.

A inizio settimana il malumore dei listini azionari lascia comunque qualche spiraglio alla speranza: del pericolo di fallimento per l’Europa dovremo parlare un’altra volta.

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