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Unicredit non rinuncia alla Turchia, anzi

Pubblicato: 26 nov 2010 da Ferry Boat

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Durante l’ultima conference call di presentazione dei dati del gruppo Unicredit Federico Ghizzoni ha prospettato la possibilità di uscita da qualche mercato. Subito qualcuno ha pensato alla Germania, ma l’abbandono della prima economia europea è stato subito smentito dal management.

Acquistano così peso le ricorrenti indiscrezioni sull’uscita di Piazza Cordusio da questo o da quel Paese e anche l’interesse di Koc per la quota di Unicredit in Yapi Kredi acquista un peso che forse in passato non avrebbe avuto. Yapi Kredi è un colosso bancario il cui controllo è condiviso alla pari da Unicredit con la finanziaria Koc.

Questa è una delle più importanti realtà industriali non solo della Turchia ma forse anche d’Europa ed è attiva non solo nel settore finanziario, ma anche in quello dell’automotive (è partner di Fiat in Tofas), nell’energia, nell’elettronica al consumo e in altro ancora.

Per tornare a Unicredit Yapi Kredi è senz’altro una realtà interessante che infatti Piazza Cordusio ha già sottolineato di non voler vendere. D’altra parte perché farlo? Yapi Kredi è una realtà vivace in un mercato vivace, sono previste nuove aperture di filiali in Turchia e la holding che controlla l’81,8% di Yapi Kredi KFS ha realizzato utili in crescita del 36% nei primi nove mesi del 2010: 1,8 miliardi di lire turche che ai cambi di oggi equivalgono a 918,36 milioni di euro. Si parla di una banca con più di 860 filiali, di un istituto di credito dell’area del Mediterraneo che è una di quelle che danno maggiore soddisfazione agli azionisti del gruppo.

Sempre nel Mediterraneo Unicredit aprirà, non appena avrà messo a punto il progetto, una nuova banca in Libia,

la prima banca occidentale di Tripoli che finanzierà retail e corporate supportando probabilmente i progetti anche italiani in loco (come la maxi-autostrada che sarà realizzata da Impregilo).

Di Unicredit si parla oggi con la notizia dell’apertura di un’indagine della Procura di Roma sulle varie fasi della crescita degli azionisti libici nel capitale. Attualmente la Banca centrale libica ha una quota del 4,98% e il fondo sovrano libico Lia ha una quota della banca del 2,59 per cento.

In passato questi due soggetti finanziari che fanno riferimento al governo di Tripoli hanno affermato di essere scollegati e autonomi; al contrario il cda di Unicredit ha affermato al riguardo di non avere elementi a sufficienza per giudicare dell’autonomia e indipendenza reciproca o meno dei due azionisti libici. La Banca d’Italia segue il dossier, come la Consob. Quest’ultima potrebbe esprimersi in materia decidendo, per esempio, che i due soggetti, in base alle risultanze sono un unico soggetto e dunque congelando in pratica diritti di voto per il 2,6% quasi che supera la soglia del 5 per cento.

Questo limite è, infatti, imposto dallo statuto di Unicredit ai soci singoli e ovviamente i pesi di un socio all’8% o al 5% sono diversi. Rimane sullo sfondo il problema concreto della finanza libica che è oggettivamente meno regolamentata e dunque trasparente di quella di un Paese occidentale.

Nel frattempo sugli altri mercati internazionali il gruppo continua a valutare la rimodulazione delle proprie attività che potrebbe non comportare il vero e proprio abbandono di interi paesi, ma limitarsi a una rimodulazione del business nelle varie aree magari con un remix delle attività di corporate, retail o investment banking declinato sulle esigenze del singolo territorio.

La Polonia nei primi nove mesi dell’anno ha continuato ad andare forte e, con l’Area Mediterranea e la Cina rappresenta uno dei mercati su cui Unicredit punta di più. Più fragili performance in altri paesi come per esempio in Croazia.

L’attenzione del nuovo amministratore delegato del gruppo passa anche per la Bulgaria, dove il gruppo è presente con Bulbank che nel terzo trimestre ha fornito risultati lusinghieri, e si rivolge agli altri paesi dell’Europa dell’Est e dell’area balcanica. In Russia il gruppo ha registrato una crescita degli utili, nonostante la cattiva congiuntura economica e la svalutazione del rublo. Di certo comunque Piazza Cordusio nei prossimi mesi non ridurrà il proprio impegno in Turchia, anzi.

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