
Un sistema globale banco-centrico: gli ultimi effetti della crisi della finanza occidentale rivelano in verità che, dopo i primi interventi emergenziali degli stati in favore delle banche, queste ultime si sono riprese tutto il proprio potere condizionando apertamente le più importanti decisioni dei governi.
Si sbaglierebbe, infatti, a mettere la Grecia e l’Irlanda nello stesso calderone: nel primo caso Ue e altri organismi sovranazionali sono intervenuti sui conti di uno stato, mentre nel secondo essi sono intervenuti sui conti di alcune banche. Era infatti dalle banche e non dai conti pubblici che proveniva il maggior pericolo per il deficit di Dublino, il loro salvataggio, visto a quanto pare unanimemente come irrinunciabile, rischiava infatti di affondare il bilancio pubblico dell’Irlanda intera.
Certamente qualche responsabilità nei confronti di questa crisi ce l’ha anche l’Europa per il semplice fatto di non avere saputo anticipare queste criticità e questi pericoli con i propri test sul sistema bancario promossi dalla Bce tramite il Cebs.
Il dollaro Usa guadagna ancora sulla moneta unica (il cambio EUR/USD scivola a 1,315 in queste ore), in buona compagnia con lo Yen (EUR/YEN a 110,73) e lo Yuan (EUR/YUAN a 8,75) che si apprezzano anch’esse sulla moneta stampata a Francoforte.
In Germania, però, paradossalmente potrebbe anche essere contenti di tutto ciò, come sembrano dimostrare le ripetute esternazioni del numero uno della Bundesbank Axel Weber nelle ultime settimane.
Un euro debole (ma non ancora ko) in fondo fa bene sia alle esportazioni tedesche che al governo di Berlino che deve pagare meno interessi di molti altri paesi sul proprio debito. La locomotiva tedesca insomma prende velocità.
Tornando agli stress test va ricordato che essi erano misurati su eventuali scenari di shock nei mercati del credito e del debito sovrano (senza prevedere per altro la possibilità di un default nell’Eurozona), quello che però ha caratterizzato le banche irlandesi (ma i test studiavano solo Anglo Irish Bank e Bank of Ireland) è stato un crollo nel valore dei propri attivi di altra natura, in particolare nel mercato immobiliare.
Il crollo dei prezzi delle case, insomma, ha indirettamente spinto il governo di Dublino a intervenire, una cosa, dunque, che non era conteggiata, a torto o a ragione, nei test Ue.
Adesso è stato trovato un accordo da 85 miliardi per un finanziamento con un tasso medio del 5,8% (una media tra le varie tranche che hanno tassi variabili tra il 5,7 e il 6,5%). Al finanziamento partecipa la stessa Irlanda con un intervento da 17,5 miliardi di euro.
In campo anche il Regno Unito, la Svezia e la Danimarca con prestiti per 3,8; 0,6 e 0,4 miliardi di euro. Il Fondo monetario internazionale presterà 22,5 miliardi di euro e il resto proverrà da interventi europei dell’Efsm (European Financial Stabilisation Mechanism) e dell’Efsf (European Financial Stabilisation Facility). Viene spostato al 2015 il rientro del deficit entro i parametri di Maastricht al 3% del Pil.
Nel frattempo l’attenzione dei mercati si diffonde ancora sull’Eurozona con manovre non proprio benevole. I cds nel primo pomeriggio sono praticamente tutti in salita: l’Irlanda registra 612 bps (+8bps sul dato precedente), il Portogallo 538 bps (ben 36 punti base oltre i valori di venerdì scorso), l’Italia segna un notevole balzo a 237 punti base (+24 bps), la Spagna vede passare i cds da 323 a 351 bps. Migliora invece la Grecia con 945 bps contro i 988 di venerdì.
Insomma a giudicare dalle assicurazioni contro il default degli stati l’intervento del week end non è servito a molto. D’altra parte la paura del contagio non sembra essere stata allontanata e molti temono una crisi del Portogallo - che sarebbe ancora sostenibile - e dunque un intervento sulla Spagna che invece potrebbe davvero mandare ko l’euro.
Diversi analisti pensano però che prima di arrivare a una crisi della moneta unica si permetterebbe un’uscita condizionata dall’Eurozona agli insolventi, con i prevedibili effetti sulla svalutazione della nuova moneta adottata dal Paese temporaneamente fuori dall’euro e un effetto dunque sugli investitori privati che finora hanno pagato la crisi solo da contribuenti.
Non è detto che si arrivi a tanto, né la svalutazione dell’euro di questi giorni è poi così sfavorevole vista la guerra delle valute tra esportatori come Cina, Usa e Giappone.
Di certo i pensionati irlandesi non avrebbero mai pensato qualche anno fa di dover pagare il salvataggio delle banche sotto casa.
Di certo a livello globale non è pensabile che la crescita possa solo alimentarsi di movimenti valutari, né che i prezzi delle commodity non si facciano sentire sulle industrie ogni volta che la moneta di riferimento perde quota.
Ancora una volta, in mezzo a tante manovre, quella che sembra latitare davvero è la politica degli investimenti produttivi nell’economia reale. Ma forse questo è ormai il discorso di un altro secolo.