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Dollaro forte o euro debole? Ecco cosa dicono i mercati

Pubblicato: 06 dic 2010 da AleOne

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I problemi del debito pubblico della Zona euro hanno fatto almeno una vittima illustre: la moneta unica, rinvigorita a fine ottobre dalla convinzione che la Federal Reserve avrebbe dato presto il via al secondo round di alleggerimento quantitativo, nelle ultime settimane ha perso invece rapidamente terreno inviando segnali grafici preoccupanti che fanno temere per la sua evoluzione anche nel medio termine.

I mercati del resto non solo guardano con apprensione alla evoluzione della crisi in Grecia ed Irlanda, i due paesi per i quali è già stato necessaria una drastica revisione della politica di bilancio per evitare il collasso dei conti pubblici, ma temono anche per lo stato di salute di Portogallo e Spagna. E se nel caso del primo un eventuale aggravarsi della situazione potrebbe anche dimostrarsi digeribile, molto più problematica sarebbe la gestione di una crisi del debito spagnola.

Da non sottovalutare poi il fatto che la Spagna è il principale creditore del Portogallo, quindi, per quanto le situazione delle due nazioni non siano comparabili, un aggravarsi delle tensioni sul fronte portoghese non mancherebbe di rendere più caldo anche quello spagnolo. Molti osservatori ne sono convinti: se la Spagna, che comunque può contare su di un indebitamento sotto la media Ue, su di un export molto vitale e su banche solide, dovesse entrare sotto il tiro della speculazione la tenuta stessa dell’euro sarebbe messa seriamente a rischio.

L’economia spagnola è infatti uno degli assi portanti della zona euro, apportando il 10% circa della ricchezza prodotta, un sostegno del quale la struttura dell’Unione non può fare a meno. Certo, la forza del dollaro sull’euro non dipende solo dalle difficoltà della Ue, anche le tensioni internazionali giocano un ruolo importante nel determinare l’appeal della moneta Usa per gli investitori (basti pensare alla difficile situazione geopolitica asiatica) che la considerano ancora un bene nel quale rifugiarsi quando sullo scenario internazionale si profila il rischio di un conflitto, tuttavia in questa fase i problemi dell’Eurozona appaiono quelli maggiormente sentiti.

Del resto per discriminare tra la componente “forza di dollaro” e quella “debolezza di euro” nell’equazione che fornisce come risultato il cambio euro dollaro è sufficiente introdurre un terzo elemento, ad esempio lo yen. Il dollaro contro yen da inizio novembre è salito del 5% circa, contro euro nello stesso periodo il movimento è stato dell’8% circa, semplificando quindi è possibile immaginare che quel 3% di perdita in più dell’euro rispetto a quella dello yen rappresenti la componente strettamente legata alla debolezza della moneta unica. In altre parole, anche se le tensioni tra le due Coree non fossero salite recentemente alle stelle, l’euro avrebbe perso terreno lo stesso contro dollaro nonostante negli Usa la politica della banca centrale sia in questo momento dichiaratamente ultra espansiva.

La decisione della Fed di acquistare 600 miliardi di titoli di Stato fino a giugno con lo scopo di dare un ulteriore stimolo all’economia Usa equivale infatti alla decisione di stampare dollari e quindi come effetto collaterale indebolisce la moneta statunitense.

Che in questa fase sia corretto parlare più di debolezza di euro che di forza di dollaro lo conferma anche l’andamento dei titoli di stato Usa a lunga scadenza. Il future sul bond trentennale statunitense, per effetto delle aspettative di una ripresa dell’inflazione rinfocolate dalla politica espansiva della banca centrale, ha violato ad inizio novembre il forte supporto offerto in area 129,70 (quotazioni trasformate in centesimi) dai minimi di settembre ed ottobre e contestualmente quello offerto dalla media mobile a 100 sedute, allontanandosi quindi ancora di più dai massimi toccati ad agosto a quota 136,84.

Un orientamento grafico ribassista del T-Bond mal si concilia con una condizione di dollaro forte, quindi, se come sembra probabile, la fase discendente del mercato obbligazionario dovesse proseguire, la moneta Usa è destinata ad essere intrinsecamente debole.

Eppure i mercati, dopo aver preso in considerazione tutti gli aspetti della questione, hanno portato il grafico dell’euro dollaro al di sotto di livelli di supporto potenzialmente molto rilevanti. Prima si è realizzata la violazione del top di agosto, a 1,3335, superato al rialzo il 22 settembre e nuovamente al ribasso il 24 novembre, poi in rapida successione i prezzi sono scesi sotto la media mobile a 100 giorni, passante a 1,33 circa (la media aveva fatto da base al rialzo visto dai minimi del 10 settembre) e sotto la linea di tendenza tracciata dai minimi di giugno. Viene spontaneo in questo frangente interrogarsi sulla natura della fase rialzista disegnata tra i minimi di giugno a 1,19 ed i massimi di novembre a 1,4280: si è trattato dell’inizio di una nuova tendenza rialzista oppure di una semplice correzione del precedente ribasso?

La domanda è di non poco conto, se l’ipotesi di aver assistito ad una semplice fase di ritracciamento nell’ambito di un trend ribassista più ampio si dimostrasse quella corretta allora vorrebbe dire che il percorso di rafforzamento del dollaro intrapreso con i massimo del 2008 in area 1,60 è ancora ben lontano dal concludersi.

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