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Parmalat: condanne importanti per risarcimenti ancora troppo parziali

Pubblicato: 10 dic 2010 da Ferry Boat

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Ieri la condanna a 18 anni di carcere per Calisto Tanzi, dopo ben sette anni dal crack da 14 miliardi di euro di Parmalat, è stato letta in maniera variegata dai giornali e si inserisce nelle complesse vicende giudiziarie che hanno seguito il riassetto del gruppo di Collecchio. Si tratta certo di una vicenda ancora aperta visti i diversi giudizi ancora pendenti sul caso, ma allo stesso tempo questa condanna è una tappa importante in un percorso che è stato letto, questa volta quasi unanimente, come troppo lungo. Insomma di certo sembra che ci sia al momento solo che è passato troppo tempo per i risparmiatori che furono frodati più di sette anni fa.

I processi in corso sul caso sono almeno due, uno a Parma che riguarda solo i manager e uno a Milano che invece riguarda anche e principalmente le banche. Il primo processo conclusosi ieri con la condanna di quindici manager sui diciassette imputati aveva come capi di imputazione l’associazione a delinquere e la bancarotta che hanno carattere penale, mentre a Milano sono arrivate diverse cause civili per aggiottaggio, ostacolo alla vigilanza, falso in comunicazioni e ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza della Consob.

Secondo alcuni calcoli ammontano a circa 600 milioni di euro i crediti vantati da oltre 36 mila risparmiatori che avevano acquistato bond del gruppo e che ora possono chiedere un risarcimento di appena il 5% del proprio investimento (circa 30 milioni di euro). Oltre tutto su queste condanne pendono già degli annunciati ricorsi in Cassazione.

A Milano solo la sentenza di Appello aveva quantificato in una provvisionale tra il 10% e il 30% dell’investimento il danno derivante dall’aggiottaggio.

Al tempo del crack il debito di Parmalat lievitò improvvisamente da 7 a 14 miliardi di euro e scomparve contemporaneamente liquidità per 4 miliardi di euro che doveva essere nelle disposizioni del gruppo e invece era solo un falso con incollato sopra il marchio di Bank of America che non ne sapeva nulla.

Ai 600 milioni di crediti vantati (e ripagati come detto solo in minima parte ai risparmiatori) vanno aggiunti dunque 2 miliardi di euro che gli imputati ora devono in solido alla stessa Parmalat. Gli ammanchi, però, come detto sono ancora di più e la verità su quello che successe nei conti del gruppo prima del crack del 2003 appare ancora davvero troppo lontana.

Diverse transazioni negli ultimi anni hanno permesso a Parmalat di risollevarsi in Borsa e diversi creditori a cui sono state assegnate azioni e warrant (in scadenza al 2015) hanno potuto rivedere parte del proprio capitale.

Quanta parte però questi risparmiatori non potranno più rivedere dei loro crediti sembra ancora difficile da stabilire con esattezza. Di certo al momento i conti non tornano ancora.

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