Logo Blogo

Borsa Usa, il quadro macro favorisce il proseguimento del rialzo

Pubblicato: 20 dic 2010 da AleOne

Commenti dei lettori

I mercati Usa ne sono stati convinti per mesi, nonostante le azioni della Federal Reserve volte a scongiurare questo rischio: nel futuro ci sarebbe stata scritta a chiare lettere la parola “deflazione”. Il timore che l’elevato livello di disoccupazione potesse rendere vane le misure straordinarie adottate dalla banca centrale per sostenere l’economia era testimoniato, oltre che dalle parole dello stesso Ben Bernanke, il Presidente della Federal Reserve, che a più riprese ha ventilato proprio il rischio di una deflazione, anche dal comportamento dei titoli di stato: i future sui T-Bond statunitensi sono rimasti fino ad inizio novembre tenacemente incollati ai livelli massimi toccati ad agosto, i valori più elevati dal gennaio 2009.

Evidentemente i mercati temevano che la misure di alleggerimento quantitativo potessero pilotare l’economia Usa direttamente nella trappola della liquidità, quella situazione teorizzata da Keynes secondo la quale la politica monetaria non riesce più ad avere influenza sull’economia perchè individui ed imprese, incerti sul futuro, preferiscono accumulare liquidità anzichè spendere ed investire nonostante i livelli bassi dei tassi di interesse. Poi qualche cosa è cambiato, almeno a giudicare dall’andamento dei trentennali Usa, una prima spinta verso un rialzo dei rendimenti, e quindi un calo dei prezzi dei bond, la si è avuta a partire dal 9 novembre, una seconda, ancora più decisa, a partire dal primo dicembre.

In circa un mese i prezzi dei titoli di stato americani hanno ripercorso al ribasso quello che aveva impiegato due mesi e mezzo circa a guadagnare. L’elemento che sembra avere convinto i mercati della possibilità di vedere effettivamente uscire l’economia dalla fase di ristagno per riprendere a crescere a passo sostenuto non è stato tuttavia tanto la decisione della Federal Reserve di procedere con il piano di acquisto di bond da parte della Federal Reserve, quanto la decisione del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, congiuntamente con i repubblicani, di prorogare i tagli fiscali dell’era Bush per tutti gli americani (compresi i più benestanti), che altrimenti sarebbero scaduti il 31 dicembre, una operazione che costerà circa 500 miliardi di dollari.


Questa misura, gradita ad una larga maggioranza della popolazione (ma fortemente osteggiata dall’ala più “liberal” del Partito Democratico), il primo vero accordo “bipartisan” nella storia biennale della presidenza Obama, potrebbe avere un impatto sulla fiducia, e quindi sulla disponibilità alla spesa, molto più marcato ed immediato rispetto a quelle adottate dalla Fed, sicuramente efficaci in termini di effetti sulla liquidità del sistema ma forse meno facilmente traducibili in una iniezione di ottimismo per i consumatori.

O almeno la forte impennata dello S&P500 e la picchiata dei Bond sembrano indicare un deciso mutamento di sentiment da parte dei mercati. Un mutamento di sentiment che sembra derivare da un cambiamento politico: Obama ha virato verso il centro e con pragmatismo ha riconosciuto che certe battaglie sono inutili e che è meglio fare compromessi che non fare nulla. Il messaggio uscito dalle elezioni di medio termine è stato recepito ed i mercati sembrano notevolmente tranquillizzati da questa presa di coscienza. Un pizzico di fortuna sembra poi arridere in questo momento al Presidente Usa.

Con mirabile tempismo sono emersi contemporaneamente altri elementi positivi riguardanti questioni spinose che contribuiscono a sostenere l’aumentato interesse per la borsa, come il deficit della bilancia commerciale, sceso ad ottobre molto più del previsto (38,7 miliardi il deficit contro i 43,8 attesi ed i 44,6 di settembre) grazie all’aumento delle esportazioni, o il mercato immobiliare, con le vendite di abitazioni in corso a novembre che hanno mostrato un progresso del 10,4%, ben superiore alle attese che indicavano come probabile una flessione dell´1,5%, o i consumi, per i quali secondo Retail Metrics a novembre, su un campione di oltre 30 catene commerciali, si è registrato un aumento del 5,3% a fronte del +3,5% stimato (+9,1% gli acquisti per il solo weekend del Thanksgiving rispetto all’anno precedente).

Insomma, se non fosse per il mercato del lavoro che ancora preoccupa nella sua insensibilità al miglioramento nonostante gli stimoli (a novembre il tasso di disoccupazione è salito a sorpresa al 9,8 per cento dal 9,6 del mese precedente riportandosi quindi sui massimi dallo scorso aprile, molto vicini al 10,1% toccato ad ottobre 2009, il peggior dato dal 1983), il quadro per i mercati finanziari Usa si potrebbe dire chiaramente benevolo.

Il Pil è avviato su di un sentiero di crescita duraturo, l’inflazione dovrebbe salire senza provocare danni che vadano al di la di un fisiologico aumento dei tassi di interesse, gli utili aziendali, aiutati dall’aumento dei consumi interni e dalle esportazioni dovrebbero salire, l’ingente liquidità dovrebbe favorire la realizzazione di operazioni di fusione ed acquisizione, insomma, le condizioni ideali per investire in borsa.

1 stelle2 stelle3 stelle4 stelle5 stelle (nessun voto)
condividi condividi
0 commenti

Commenti dei lettori

Inserisci per primo un commento a questo articolo.