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Borse e bond dei Piigs, gli andamenti sono legati a doppio filo

Pubblicato: 17 gen 2011 da AleOne

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Nel corso della prima settimana dell’anno il differenziale di rendimento tra i titoli di stato tedeschi e quelli greci ha toccato nuovi massimi storici, a conferma del fatto che le tensioni sul debito sovrano di alcuni paesi europei sono tutt’altro che sopite.

E non solo il debito della Grecia è tornato sotto pressione (venerdi’ Fitch lo ha declassato a livello di “junk” dopo una analoga decisione da parte di S&P e Moody’s), le stesse difficoltà le hanno sperimentate quello di Irlanda, Portogallo, Spagna ed, anche se in misura minore, Italia. A pesare sull’atteggiamento degli investitori è stato principalmente il rapporto pubblicato ad inizio anno dalla Commissione europea riguardo il contenimento dei piani di salvataggio del comparto bancario di ciascuna nazione.

Intenzione della Commissione sarebbe quella di fare in modo che un’ampia gamma di creditori affronti il rischio dell’eventuale fallimento di una banca. I detentori di bond potrebbero dover sopportare una parte rilevante dei costi di sostegno alle banche in questa fase di difficoltà mettendo quindi un freno ai costi pubblici di salvataggio.

Ecco quindi che la speculazione è tornata a tastare il terreno alla ricerca di punti deboli, mettendo nel mirino anche la Spagna, un gigante che potrebbe dimostrarsi una avversario troppo forte ma che se battuto porterebbe come premio la probabile caduta dell’euro. Del resto la Spagna, almeno sulla carta, non è più intoccabile.

La classifica compilata da Cma Datavision dei paesi a più probabile rischio default, aggiornata al quarto trimestre 2010, ha visto infatti proprio l’ingresso della Spagna nell’elenco dei primi 10, in settimana posizione. Irlanda e Portogallo nello stesso trimestre hanno registrato un ulteriore deterioramento della loro condizione, piazzandosi al terzo e quarto posto dei debiti più rischiosi, mentre la Grecia guida questa poco invidiabile classifica dopo aver scalzato dalla prima posizione il Venezuela.

Fuori dalla top 10 ma in rapido peggioramento il Belgio, per il quale il costo di assicurazione sul debito, misurato dal prezzo dei credit default swap, è salito nei tre mesi fino a dicembre 2010 del 70% circa. In generale il costo di assicurazione del debito dei paesi europei, così come misurato dall’indice Western Europe Markit iTraxx Cds, ha superato per la prima volta quello dei paesi emergenti, un sorpasso che non può essere considerato un fenomeno trascurabile e che rende evidente come il percorso che l’Europa deve ancora fare per uscire dalla crisi non sia breve.

Sul fronte opposto, quello dei 10 paesi più virtuosi, compare il trio degli scandinavi, Norvegia, Finlandia e Svezia, ma anche la Germania, nona (in discesa) e gli Stati Uniti, quinti.

Le assonanze tra la rischiosità percepita dai mercati per il debito di alcuni paesi e l’andamento delle loro borse sono evidenti e con buona probabilità non casuali.

Piazza Affari del 2010 ha lasciato sul terreno il 12% circa (calcolo in base all’andamento dell’indice Ftse Mib), peggio di lei hanno fatto Madrid, con un -18,4%, ed Atene, con un -40,8%, mentre Portogallo ed Irlanda, seppure negative, sono riuscite a limitare i danni rispettivamente al -9,9% ed al -7,1%. L’indice delle blue chip della borsa belga, il Bel 20, ha terminato l’anno in guadagno, ma solo per il 2,65% circa. Evidente la differenza di comportamento delle borse di quei paesi considerati, per il momento, sicuri.

Lo S&P500 ha messo a segno un guadagno del 12,7% nell’intero anno (l’indice ha guadagnato solamente a dicembre il 6,5%, il rialzo più brillante per l’ultimo mese dell’anno dal 1991), il Dax ha fatto ancora meglio con il 16%. Le performance dissonanti per indici di borsa appartenenti alla stessa area e per di più di paesi che utilizzano la stessa moneta è troppo elevata per essere spiegata solamente con il differente peso che alcuni settori hanno all’interno dei diversi panieri (in quello domestico, per fare un esempio di immediata comprensione, sono ben rappresentati i finanziari, sotto tensione per la maggior parte dell’anno, mentre latitano i tecnologici, trainati nelle altre piazze dal rialzo prepotente del Nasdaq statunitense).

La differente percezione della rischiosità del debito sovrano (e quindi indirettamente anche del sistema bancario), giustificata o meno dalle reali condizioni del bilancio dello stato ma misurata in modo omogeneo dal prezzo dei Cds, è quindi evidentemente una chiave di lettura anche per interpretare l’andamento delle borse, sia quello passato sia quello prospettico.

Se questo è vero dovrebbe tuttavia essere vero anche il contrario: se le borse dei paesi considerati a rischio dovessero dare segnali di ripresa duraturi, allora probabilmente vorrebbe dire che anche le tensioni sul loro debito si stanno allentando.

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