
Il governo ha blindato il “tesoretto” di Parmalat, cioè i soldi recuperati con le cause alle banche, attraverso un emendamento al decreto “Milleproroghe”, ma i fondi internazionali puntano ancora alla testa di Enrico Bondi e tenteranno di sostituire il management dell’azienda alla prossima assemblea dei soci. Intanto anche le associazioni dei consumatori, che contribuirono a fare esplodere lo scandalo Parmalat contro Calisto Tanzi, contestano l’attuale amministratore delegato soprattutto per il compenso da 32 milioni di euro che il ministero della Attività produttive “starebbe” per riconoscergli.
In Borsa il titolo Parmalat ha lasciato sul terreno lo 0,45% a 2,19 euro, dopo i rialzi degli ultimi giorni che comunque hanno portato le valutazioni ai massimi degli ultimi 12 mesi: il blocco legislativo alla distribuzione di un maxi-dividendo ha stoppato in una certa misura la corsa dell’azienda di Collecchio, ma alcuni analisti, come Banca Intermonte, vedono spazi per ulteriori aumenti, proprio in vista dell’assemblea dei soci di aprile.
I fondi internazionali Zenit, MacKenzie e Skagen - che hanno riunito in un patto il loro 15,3% e puntano a cambiare i vertici dell’azienda - potrebbero insistere a rastrellare ulteriori quote, magari con il sostegno di un alleato industriale o di una banca d’affari, per arrivare alla resa dei conti da una posizione di forza e costringere Enrico Bondi a una resa onorevole (magari con la nomima a presidente, senza deleghe) oppure a un compromesso che accontenti in parte i soci stranieri.
Secondo i fondi, infatti, l’azienda ha sufficienti risorse per crescere attraverso un’acquisizione di peso oppure per distribuire agli azionisti un dividendo straordinario. Questa strada si è complicata con il decreto Milleproroghe: l’emendamento, infatti, stabilisce che fino al 2020 non potrà essere distribuito ai soci che un dividendo non superiore al 50% dell’utile d’esercizio.
Non si toccano quindi i I 1400 milioni accantonati in questi anni attraverso le transazioni con le banche, che hanno preferito pagare piuttosto che farsi portare in tribunale con l’accuse di essere state corresponsabili del crac di Collecchio. Non si potrà modificare quindi la clausola concordataria di Parmalat
al fine di mantenere una equa distribuzione degli utili a garanzia dell’interesse dei soci e dell’interesse dell’impresa all’autofinanziamento e più in generale alla stabilità dell’impresa.
I fondi esteri intanto «confermano che proseguiranno nel lavoro comune per individuare liste di candidati che possano accompagnare Parmalat in una nuova fase di sviluppo», Bondi comunque per adesso non è affatto fuori gioco.