
Non solo il mondo della finanza quotata in Borsa tenta di rinnovarsi: anche le start up stanno attraversando cambiamenti che vedono emergere nuovi protagonisti, a volte con idee nuove a volte con un modo diverso di operare a differenza di altri attori. È il caso dei “Super Angels” (Super Angeli), come vengono chiamati gli investitori di nuovo tipo che si affiancano alle due categorie di finanziatori delle start up, in particolare nella Silicon Valley: gli angeli da una parte e i venture capitalist dall’altra.
Come i venture capitalist i super angels raccolgono fondi e non si limitano a investire parte del proprio patrimonio, ma come gli angeli investono in una fase iniziale della start up e si limitano a iniettare somme ridotte, comprese fra i 250mila e i 500mila dollari. Ma a che servono questi super angeli e perché c’è bisogno di questa nuova figura?
Negli ultimi anni, come si legge su Fast Company, l’attività dei venture capitalist nelle aziende del settore hi-tech si è via via trasformata in una specie di gioco ai tavoli del casinò: i fondi venivano distribuiti a pioggia senza preoccuparsi troppo della validità dell’impresa e della fattibilità del piano industriale. Tanto alla fine da qualche parte arrivava un ritorno economico. Ogni 100 iniziative fallimentari bastava che venisse fuori un caso di successo per garantire la remunerazione degli investitori.
Con questa impostazione, in 10 anni la media dei ritorni sugli investimenti per i venture capitalist è stata del 4,2%, spesso con uno spreco di risorse e un’allocazione dei fondi non proprio razionale. I super angels, al contrario, seppure hanno buone capacità di investimento iniettano meno soldi e hanno bisogno di risultati meno straordinari per ottenere un ritorno economico.
A differenza dei Vc, poi, i super angels in genere non pretendono posti in consiglio di amministrazione nelle società in cui investono e prendono una quota di capitale più piccola. Qual è la conseguenza? Che gli amministratori-fondatori delle nuove società hi-tech possono concentrarsi sul reale sviluppo a medio termine della loro idea, senza avere il fiato sul collo dei loro investitori e senza preoccuparsi di accontentare in fretta i venture capitalist.
C’è poi una speranza recondita dietro l’attenzione che viene riservata ai super angels: che possano contribuire a far rientrare quella bolla hi-tech che minaccia di avvelenare di nuovo i mercati finanziari come successe verso la fine del secondo Millennio. Abbiamo parlato delle super-valutazioni di aziende non ancora quotate, come Facebook e Twitter, attorno alle quali crescono aspettative spesso troppo elevate.
Questo risultato è il frutto dei milioni di dollari che i venture capitalist hanno fatto circolare nel sistema e di cui ora devono rientrare, puntando sulla popolarità di alcuni nomi che sono stati ingigantiti da Internet. Ma di Google non ne capita uno al mese e neppure all’anno, per cui gli investitori dopo aver “puntato” su decine di imprese devono rifarsi: l’unico modo è rivendere a qualcun altro, possibilmente attraverso un’Ipo senza preoccuparsi di raggiungere il profitto. Basta disfarsi dell’investimento e trovare qualcun altro che ci metta un po’ di soldi.
I super angel potrebbero agire da moderatori di questo mercato impazzito, dando alle start up il denaro sufficiente per sviluppare i progetti di crescita, ma senza favorire acquisizioni inutili o piani faraonici e spese sovradimensionate. I super angels, infatti, non hanno come prospettiva la quotazione in Borsa, ma possono rientrare dei soldi investiti grazie all’ingresso di un azionista più solido: non si tratta della moltiplicazione degli investimenti che si sperimenta su Wall Street, ma proprio per questo l’attenzione è più alta e la scelta delle società su cui investire è più oculata.
Basterannno questi angeli a salvarci da una nuova bolla? Speriamo di sì, perché i mercati si stanno riprendendo a stento dallo choc dei mutui subprime e l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno e un altro scossone.