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Crac Cirio: chiesti 15 anni per Cragnotti, 8 per Geronzi

Pubblicato: 03 mar 2011 da alessandro condina

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Proprio l’altro giorno parlavamo della lentezza della giustizia italiana nel perseguire gli imputati dei maggiori scandali finanziari che hanno scosso il mercato dei capitali negli ultimi dieci anni. Per un Calisto Tanzi che diventa protagonista di un film - “Il gioiellino” - con il volto di Remo Girone, mentre il suo contabile Tonna è interpretato da Toni Servillo, a Roma si avvia alla conclusione il processo sul crac Cirio, che travolse il numero uno della società, Sergio Cragnotti, che aveva costruito un piccolo impero nel settore alimentare - era diventato “L’uomo del Monte” - e lambì anche i vertici della principale banca finanziatrice, l’allora Banca di Roma.

Dopo sette anni dal default, quando Cirio non pagò il primo di una serie di prestiti obbligazionari che erano finiti nelle mani di migliaia di piccoli investitori, a volte inconsapevoli dei reali rischi che correvano, i pubblici ministeri hanno presentato le richieste di condanna: 15 anni di carcere chiesti per Sergio Cragnotti, accusato di bancarotta fraudolenta; 8 anni per un altro degli imputati, l’allora presidente di Banca di Roma Cesare Geronzi, che ora è il presidente, senza deleghe, delle Assicurazioni Generali.

Altre condanne riguardano imputati minori, più o meno conosciuti, che sono accusati di aver collaborato alla truffa nascondendo le reali condizioni finanziarie di Cirioe impedendo ai piccoli investitori di valutare con gi strumenti necessari quanto il loro investimento fosse rischioso. Per Gian Piero Fiorani, ex potentissimo ad della Popolare di Lodi, sono stati chiesti otto anni di carcere.

Per i pm la vicenda Cirio è «caratterizzata da un giro imponente di operazioni finanziarie, le quali hanno generato entità ingenti di crediti» tra i vari gruppi; ma in questi movimenti «sia la destinazione delle somme trasferite» ad altre società, «sia la gestione e la sorte dei crediti generati, resta misteriosa e non ricostruibile in termini di certezza». A capo di tutto ciò c’era il «dominus» Sergio Cragnotti, «motore di tutte le operazioni» con il contributo importante, secondo l’accusa, proprio di Geronzi, che adesso è uno dei volti del capitalismo italiano all’estero, visto che guida la maggiore istituzione finanziari d’Italia.

Secondo il pubblico ministero De Marinis «non possono essere concesse le attenuanti generiche a nessuno degli imputati, perché quelli commessi sono stati fatti gravissimi, ma anche perché non c’è stato alcun segno fornito nel corso di questo processo». Per questo motivo non è stato possibile recuperare i soldi spariti dalle casse di Cirio e ricostruire con precisione chi davvero li ha intascati: «La ricostruzione di tali operazioni è impedita dalla indisponibilità della documentazione contabile integrale di gran parte delle società, spesso collocate in località estere off shore. Ne segue che sia la realtà delle operazioni finanziarie, sia la destinazione delle somme trasferite a tali società, sia infine la gestione e la sorte dei crediti come sopra generati, resta misteriosa e non ricostruibile in termini di certezza».

Dopo sette anni di indagini e processo siamo ancora alla fine del primo grado, ma i circa duemila obbligazionisti hanno già perso un treno: per il reato per truffa è arrivata la prescrizione che mette in forse le richieste di risarcimento presentate alle banche. Rimane il reato di bancarotta che coinvolge anche gli istituti di credito, in particolare la ex Banca di Roma accusata di aver trattato Cragnotti «in un modo assolutamente anomalo».

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