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L'ora dei Coco bond: opportunità per le banche o trappola per i mercati?

Pubblicato: 04 mar 2011 da alessandro condina

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Da almeno due anni si parla dei CoCo bond, un nuovo strumento finanziario pensato espressamente per le banche che hanno bisogno di rafforzare il capitale, specialmente le banche di sistema, quelle che in caso di fallimento rischierebbero di trascinare nel baratro gran parte di un paese, tra singoli risparmiatori, investitori e altre banche, visto che ormai il sistema finanziario è strettamente interconnesso.

Alcuni attori del mercato globale, come il governatore della Bundesbank Axel Weber, guardano con favore a questi nuovi strumenti, per la loro capacità di rafforzare e rendere più solido il sistema bancario europeo; ma diversi osservatori sottolineano il rischio insito nei CoCo(s): buon ultimo il Ceo di Ubs, Oswald Grübel, che ieri, secondo il Financial Times, ha tuonato contro i suoi colleghi banchieri: “Sono uno strumento davvero pericoloso”. Non a caso Ubs, a differenza della compatriota Credit Suisse, ha annunciato che non si avvarrà di questi bond speciali, anche se ciò non impedisce agli analisti Ubs di strutturare CoCos per altre banche, come ha già fatto con Lloyds banking group nel 2009 (9 miliardi di euro di titoli) e con Rabobank a marzo 2010 (obbligazioni per 1 miliardo e 200 milioni di sterline).

Ma che cosa sono questi mitici CoCo bond, da un lato risorsa per ricapitalizzare le banche e dall’altro pillola avvelenata per gli investitori istituzionali? Si tratta di convertible contingent bond, obbligazioni ibride emesse dalle banche che offrono rendimenti davvero appetitosi, anche vicini al 10%. C’è, però, un rischio che spiega il perché di cedole così alte: a determinate condizioni le obbligazioni si trasformano in vere e proprie azioni, la cedola sparsisce e gli obbligazionisti diventano azionisti. In questo modo il controllo si diluisce, in piccola parte, ma si rafforza il patrimonio della banca.

È proprio questo il punto: nella riflessione di Weber l’elemento positivo è che la conversione delle obbligazioni in azioni avviene quando il Tier 1 (un requisito patrimoniale, il “patrimonio di base”) della banca emittente scende sotto una determinata soglia, per esempio il 6% fissato dalle nuove regole di Basilea 3. I nuovi requisiti minimi sugli istituti di credito entreranno pienamente in vigore solo nel 2020, ma le banche europee devono cominciare da subito ad adeguarvisi e proprio qui entrano in gioco i CoCo.

La strada maestra per rendere più solida una banca è destinare buona parte degli utili a rafforzare il patrimonio e, in seconda battuta, provvedere se necessario a una ricapitalizzazione, chiamando in causa gli azionisti: su questo sta insistendo negli ultimi mesi il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, che sta impegnando tutta la sua moral suasion per spingere gli istituti a un comportamento virtuoso. L’altra strada possibile - anche da affiancare alle precedenti iniziative - è l’emissione di CoCo bond da parte delle banche.

Secondo un rapporto pubblicato di recente da Barclays Capital, se le banche europee decidessero di affidarsi completamente ai CoCos per rispettare i criteri di Basilea 3 dovrebbero emettere Bond convertibili per 500 miliardi di euro entro il 2013 e altri 200 miliardi entro il 2018: a Intesa Sanpaolo servirebbero 7,9 miliardi e a Unicredito 7,5, un po’ meno per Mps (4,8 mld) e Ubi (3,6 mld). Ma la stessa BarCap definisce improbabile questo scenario, dal momento che una massa di CoCos così notevole non troverebbe con facilità un numero di investitori sufficiente a coprire l’offerta.

Finché l’emittente va bene e mantiene buoni “fondamentali” i possessori di CoCos sono ben remunerati e contenti; se però il Tier 1 si avvicina alla soglia di conversione si manifesta il rischio di conversione e il capitale investito in obbligazioni si trasforma pienamente in capitale di rischio. D’altro canto, e questo è il grido d’allarme del Ceo di Ubs, gli azionisti potrebbero entrare nel panico e correre a disfarsi dei titoli che tengono in mano, prima che avvenga la conversione.

Ma chi è titolato a investire in CoCos? Per adesso solo gli investitori istituzionali, per cui il piccolo risparmiatore dovrebbe essere “risparmiato” da questo rischio. Il punto però è un altro: non è che le banche europee si imbottiranno reciprocamente di CoCos per rafforzare i propri patrimoni? La conseguenza, paradossale, è che in caso di conversione diversi istituti che hanno investito in una banca che peggiora la sua gestione si ritroverebbero azionisti di un concorrente in cattive condizioni. Un po’ quello che è successo, con altri strumenti, i mutui sub-prime, a Lehman Brothers.

Le grandi banche italiane di sistema hanno già fatto ricorso in passato a bond strutturati e convertibili, in parte simili ai CoCos, ma non è sicuro che effettivamente partecipino alla corsa. Si legge in un’analisi di Intermonte che, a proposito di Unicredit e Intesa SanPaolo, “riteniamo possano rafforzare ulteriormente il capitale attraverso i CoCo Bond”. C’è un elemento, però, da aggiungere a “difesa” dei CoCos: in realtà l’emissione di bond di questo genere dovrebbe spingere comunque le banche a rafforzare il loro patrimonio, in caso contrario dovrebbero pagare una cedola altissima - ancora più alta di quel 9% di Credit Suisse - a fronte di un rischio così alto. Per cui i CoCo bond potrebbero essere un deterrente a una gestione troppo allegra.

In ogni caso, di fronte a questo strumento come ad altri strumenti speculativi, è fondamentale l’informazione per gli investitori, piccoli e grandi, e il controllo da parte dell’informazione. Il dibattito è aperto.

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