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La Consob blocca i francesi e rovina i piani di Ligresti

Pubblicato: 07 mar 2011 da alessandro condina

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Chi di Opa ferisce, di Opa ferisce. O anche, la Consob dà, la Consob toglie. Dieci anni fa la Consob, guidata da Luigi Spaventa, rima impose un’Opa obbligatoria (insostenibile) alla vecchia Sai di Salvatore Ligresti sulla compagnia fiorentina La Fondiaria, poi fece marcia indietro, dopo l’intervento di cinque “cavalieri bianchi” - Jp Morgan, Interbanca, Francesco Micheli, Commerzbank e Mittel - messi insieme grazie ai buoni uffici della Mediobanca guidata da Vincenzo Maranghi, perché non c’era più un’azione “di concerto”; salvo poi concludere che il concerto invece c’era stato, eccome.

A quel punto, però, Fondiaria era già stata incorporata in Sai, a condizioni sfavorevolissime per i soci fiorentini e quelli emiliani; don Salvatore Ligresti ormai era riuscito a conquistare un boccone ghiottissimo pagando sì un prezzo esorbitante (9,5 euro per azione, il 55% in più rispetto ai corsi di Borsa), ma solo per il pacchetto di controllo ceduto da Montedison per volere di Mediobanca: i piccoli azionisti, compresi alcuni fondi stranieri, rimasero a bocca asciutta. Non erano bastate la Consob, che sorveglia le società quotate in Borsa, l’Isvap, istituto di vigilanza sulle assicurazioni, e neppure l’Antitrust, allora molto battagliera, per tutelare davvero gli investitori minuti, il “parco buoi”, e far valere regole che sembravano sempre più destinate restare sulla carta.

Il colosso, rispetto al mercato italiano, Fondiaria-Sai era nato in effetti da un’incorporazione di Fondiaria, più capitalizzata in Borsa e già risanata, in Sai, che aveva ancora bisogno di un importante intervento di razionalizzazione, per volere di Mediobanca, in una domenica d’estate del 2001, appena prima che Montedison dalla galassia di piazzetta Cuccia finisse in mano agli Agnelli e ai francesi di Edf: l’allora ad di Mediobanca aveva organizzato una vendita così affrettata che foro Buonaparte, secondo i comunicati, accettava un’offerta d’acquisto fatta da Sai prima ancora che si riunisse il cda della compagnia di Ligresti. Poi si disse che era stato l’errore di una segretaria (!).

Ma perché La Fondiaria era così importante? Da un lato era stata sempre molto cara a Enrico Cuccia in persona, dall’altro custodiva due partecipazioni molto preziose, l’1,9% della stessa Mediobanca e il 2% nelle Generali, da sempre il vero “gioiello della corona” nella galassia di piazzetta Cuccia: salvarla dall’assalto di Torino e affidarla alle mani “amiche” di Ligresti era esiziale per la sopravvivenza del “sistema Mediobanca”, anche a costo di calpestare i diritti dei piccoli azionisti e di uno zoccolo duro industriale che comprendeva anche i Maramotti, Gazzoni-Frascara e anche i Marcegaglia.

Da allora molte cose sono cambiate, Maranghi - il delfino di Cuccia - è uscito di scena, la centralità di Mediobanca è finita e Salvatore Ligresti sembra sempre più pronto a lasciare le redini del suo impero alle due figlie Jonella e Giulia e al figlio Paolo, ma ancora una volta la Consob si mette sul suo cammino e sventola quella parola minacciosa, Opa - Offerta pubblica di acquisto, che potrebbe complicare la vita all’ingegnere siciliano.

Premafin, la finanziaria di controllo di Fonsai, ha bisogno infatti di essere ricapitalizzata per 225 milioni di euro, dopo la ristrutturazione del debito operata l’anno scorso con le banche creditrici; Fonsai, invece, Fondiaria Sai, invece, annuncerà il bilancio il 23 marzo, ma ha già annunciato un aumento da 460 milioni, di cui 100 in arrivo proprio da Premafin. I Ligresti non hanno a disposizione però tutta questa liquidità, perciò avevano pensato di coinvolgere un socio “industriale”, ma che si comportasse da partner finanziario.

Il colosso francese delle assicurazioni Groupama si era impegnato a esercitare i diritti dei Ligresti nell’aumento di capitale per entrare in Premafin con una quota del 17% e successivamente acquisire una partecipazione del 17-20% in Fonsai; il tutto lasciando però la gestione alla famiglia Ligresti, ma ad alcune condizioni come un vincolo di lock-up che impedisce a don Salvatore di cedere anche quote parziali di Fondiaria. L’unico ostacolo per Groupama era un eventuale obbligo di Opa su Fonsai: per questo il gruppo francese aveva presentato in proposito un quesito alla Consob, da cui si attendeva un verdetto equilibrista che accontentasse un po’ tutti.

E invece no! Stavolta quel “concerto” che era stato eluso nella scalata di dieci anni fa è stato rilevato dalla Commissione di vigilanza, in cui si è appena insediato il nuovo presidente Giuseppe Vegas, cui non ha fatto velo l’essere stato sottosegretario del governo Berlusconi, di cui si dice che sia un sostenitore dell’ingegnere siciliano. La Consob ha stabilito che esiste un chiaro accordo tra la famiglia Ligresti e Groupama e che l’operazione architettata - sempre nei salotti felpati di Mediobanca - comporterebbe un obbligo di doppia Opa: su Premafin e a cascata sulla controllata Fonsai.

Un colpo che potrebbe essere esiziale per don Salvatore e potrebbe mettere in discussione la possibilità che tenga saldamente in mano le sue aziende quotate: l’alternativa potrebbe essere qualche cessione, come quelle della Milano Assicurazioni che fa gola a più di un gruppo assicurativo europeo. Come scrive il Sole, i patti parasociali sembrano far presagire un futuro rafforzamento di Groupama fino al controllo, mentre la quota Premafin in realtà è divisa tra Ligresti e i figli e, secondo la Consob, i legami familiari non hanno valenza autonoma rispetto al controllo. Un altro campanello d’allarme è arrivato dalla presenza anche di Vincent Bolloré nell’azionariato Premafin.

Adesso bisogna attendere per capire se Groupama getterà la spugna o modificherà i patti ovvero si acconcerà a lanciare un’Opa, il che sembra l’ipotesi più improbabile. Venerdì i titoli della galassia Ligresti sono rimasti sospesi per tutta la giornata, adesso sono attesi alla prova della riapertura dei mercati. L’Opa ha colpito, ma sembra più una minaccia che una prospettiva realistica.

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