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Lactalis si beve Parmalat, il Sistema Italia non ha soldi

Pubblicato: 24 mar 2011 da alessandro condina

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Come volevasi dimostrare, per i mercati finaziari e per gli investitori non contano i passaporti, gli “interessi nazionali” e gli impegni fra gentiluomini: quello che conta è il denaro, possibilmente contante e sonante, e chi offre denaro - specialmente se dall’altra parte non ci sono prospettive concrete e fidejussioni, ma solo chiacchiere - ha ottime possibilità di averla vinta.

Così i francesi di Lactalis, al prezzo di 2,8 euro per azione, si sono aggiudicato il 15,3% di Parmalat riunito in un patto fra i tre fondi esteri azionisti di Collecchio, Skagen Global, Mackenzie financial corporation e Zenit. Sì, è vero, i tre fondi si erano detti propensi a una soluzione “itaiana”, ma non sono mica un ente caritatevole! Fanno affari e il miglior affare gliel’hanno proposto i francesi di Lactalis.

Questa cessione ingloba un premio del 13% circa in più rispetto alla chiusura di lunedì, ma per i tre fondi vuol dire, probabilmente, una plusvalenza del 30% sul loro pacchetto. Che dovrebbero fare? Immolarsi per la causa italiana? Per carità! Avrebbero dovuto pensarci prima quelli che urlano all’interesse nazionale - vero Emma Marcegaglia? - e si sgolano per tenere lontano lo straniero i giorni dispari, mentre nei giorni pari versano calde lacrime perché dall’estero nessuno è pronto a investire in Italia.

Ma qualcuno può davvero pensare che gli investitori stranieri siano con l’anello al naso e possano venire in Italia a mettere i loro soldi senza contare qualcosa, anzi per fare una cortesia ai piccoli azionisti, ai dirigenti e al governo in carica? Con questa mossa Lactalis - che valorizza Parmalat a circa 5 miliardi di euro - arriva, a sentir loro, al 29% circa del capitale, un soffio sotto quella fatidica soglia del 30% che obbliga gli azionisti di maggioranza relativa a lanciare un’Offerta pubblica di acquisto (Opa) sulla totalità del capitale.

Il problema numero uno, infatti, è sempre il solito, come sottolinea Massimo Sideri sul Corriere della Sera e come invece fa finta di non notare il Financial Times, sempre pronto a celebrare i fasti del mercato, quando si esplicano sulla pelle degli altri (ma tant’è, la piena imparzialità non è di questo mondo): ai piccoli azionisti chi ci pensa?

I fondi investitori sono stati premiati e dal loro punto di vista hanno fatto un buon affare, in modo del tutto legale e trasparente: non avevano impegni con nessuno se non tra di loro e, una volta raggiunto l’accordo, hanno venduto al miglior offerente. Ma Lactalis, che si ferma al 29%, non deve lanciare l’Opa e al solito premia un blocco di azionisti di maggioranza relativa mentre i piccoli azionisti, se non hanno già venduto in questi giorni di rialzi, non avranno più grandi opportunità di fare cassa, a meno che la nuova gestione non valorizzi davvero la società, il che non è escluso peraltro.

Quelli che fanno la figura peggiore sono i soliti “partner industriali” e i “finanzieri” italiani, chiamati sempre a salvare la patria e l’italianità fuori tempo massimo; e neppure in grado di prendere una decisione, come è successo a Ferrero che, del tutto legittimamente, si è mossa con grande circospezione e non ha davvero messo una “fiche” sull’affare Parmalat. L’azienda di Collecchio, almeno fino alla prossima assemblea dei soci, è davvero l’unica vera public company italiana e i suoi titoli sono sul mercato da alcuni anni, almeno dal fallimento dell’èra Tanzi e il successivo salvataggio.

Se ci fosse stato un investitore o un gruppo di investitori pronti a metterci dei soldi e a impegnarsi nella valorizzazione della società, anche senza lanciare un’Opa, nessuno glielo avrebbe impedito, magari ai prezzi più bassi di un anno fa. Ma la Granarolo non ha i soldi - e lo ha ribadito ieri - quindi non compra azioni; altri partner industriali si sono fatti da parte in passato, come Barilla e la stessa Ferrero; investitori finanziari non se ne sono visti.

Come si pensa di fare industria o anche finanza senza soldi? Questa è la solita pretesa italiana, di organizzare il pranzo coi fichi secchi e magari con la protezione del governo. Se vogliamo stare sul mercato dobbiamo dimostrare di saperlo fare: Parmalat era contendibile, ma nessun italiano - industria o investitori - ha deciso di impadronirsene; e ora noi (o Tremonti) ci lamentiamo perché arrivano i francesi. Forse dovremmo ringraziarli per aver acceso l’attenzione attorno a un “gioiellino” italiano.

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2 commenti

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  • jsvh

    24 mar 2011 - 10:07 - #1
    0 punti
    Up Down

    Benvengano gli stranieri in Italia. Siamo sicuri che gli imprenditori nostrani siano meglio? In questo momento conta la liquidità ed in italia c’è n’è poca; le banche Italiane non sono in un bel periodo e i nostri capitalisti non sono avvezzi a rischiare normalmente figuriamoci in questo momento. La situazione economica italiana è in uno stallo pazzesco e non vedo come potrebbe sbloccarsi…..chi ha liquido se lo tenga stretto per almeno i prox 3 anni.

  • Alfredo N.

    24 mar 2011 - 13:01 - #2
    0 punti
    Up Down

    Finanza creativa e dopata una buona rilettura del crac Parmalat (certamente non documentarista)