
Bolla o boom? Il destino delle compagnie Internet di nuova generazione sta appassionando i maniaci della Rete, ma soprattutto interessa gli investitori, quelli che hanno già messo parte dei loro soldi nella Next Economy e quelli che sperano di farlo presto, a caccia di buoni affari. Da più parti comunque arrivano segnali di attenzione e inviti alla cautela: compagnie come Facebook, Twitter, Zynga potrebbero essere sopravvalutate, ora che non sono nemmeno quotate in Borsa, e non consentire lauti gaudagni una volta sbarcate a Wall Street.
Non è detto, però, che sia davvero così almeno per alcuni società come Pandora, il colosso delle radio e della musica online, che ha già annunciato ufficialmente un collocamento in Borsa (Ipo) da 100 milioni di dollari nel 2011. Secondo Fortune, la compagnia fondata da Tim Westergren non è il segnale di una nuova bolla speculativa, ma una reale promessa del settore high-tech, con un piano industriale credibile e reali prospettive di crescita.
Se si vuole impostare un confronto con gli anni Novanta e quella bolla tecnologica poi sfociata nella crisi del Duemila, bisogna ricordare che alcune compagnie, in effetti, arrivarono sul Nasdaq - il listino tecnologico - con grandi ambizioni e una grancassa di aspettative, ma non era molto chiaro come avrebbero realizzato i propri utili. È il caso di Aol, che di fatto produceva solo un browser, Netscape, distribuito gratuitamente. Eppure le sue azioni, offerte a 14 dollari, furono collocate al doppio, vista la richiesta, e in un giorno arrivarono a 75 dollari.
Dopo la fusione con Time Warner, però, vennero i guai e fu chiaro che Aol e i suoi manager non sapevano bene come fare soldi. Al contrario Amazon - che pure era stata accolta con grande entusiasmo, salvo poi deludere inizialmente a causa dei profitti che non arivavano - è diventata leader nel suo settore, al punto da costringere alla chiusura grandi catene di libri. E adesso le sue azioni valgono più di 100 volte il prezzo dell’Ipo.
Pandora sarà una nuova Aol o l’Amazon degli anni Dieci? Probabilmente nessuna delle due: come nel passato, anche in questa nuova onda di collocamenti azionari ci saranno vincitori e sconfitti, ma Pandora, almeno a leggere i progressi e l’evoluzione dei suoi bilanci, sembra avere un’idea chiara di business e poter mantenere le promesse.
Fino ad ora, infatti, Pandora non ha mai guadagnato un cent, ma è l’esempio tipico di azienda ad alto contenuto tecnologico che si presenta in Borsa: ha bisogno di fondi freschi per gli investimenti e per pagare le licenze musicali, da lì in poi i suoi risultati dovrebbero migliorare e arrivare all’utile, anche perché - sottolinea Fortune - i costi operativi si stanno riducendo abbastanza rapidamente da lasciar prevedere un passaggio dei conti “in nero”.
Le perdite operative dell’ultimo anno fiscale sono state pari a 15 milioni e mezzo di dollari, contro i 27,4 milioni dell’anno precedente; nei primi nove mesi del 2010, invece pur a fronte di una perdita netta (a causa delle spese per interessi e degli investimenti legati alla quotazione) a livello operativo la società ha guadgnato 819mila dollari, con un fatturato di 78 milioni. Tutti gli altri costi si sono ridotti in percentuale rispetto al fatturato, che nel frattempo è cresciuto: tutti segnali che la società è gestita in modo razionale.
L’investimento in una società come Pandora, ovviamente, rimane rischioso, come tutti gli investimenti azionari: per di più si tratta di una società molto giovane che opera in un settore in crescita, lo streaming di musica online, ma non ancora maturo e di cui non si possono prevedere appieno gli sviluppi. Ma questo rischio è insito nell’investimento azionario e la certezza di riavere indietro i propri soldi non c’è mai né tantomeno quella di guadagnare.
Pandora, in ogni caso, sembra poter aprire la strada a un modo nuovo di fare business e in ogni caso non vende fumo, ma canzoni. E a quanto pare c’è già un pubblico che sta pagando ed è disposto a pagare per questi servizi.