
Lui in Borsa ci era andato e ci era rimasto per un po’, finché si era stufato di dover presentare bilanci certificati e rendere conto ai piccoli azionisti e agli amministratori; così ha riacquistato tutte le azioni del suo gruppo ed è tornato a un’azienda personale. Giorgio Armani non ha mai avuto un buon rapporto con la Borsa, ma le sue ultime dichiarazioni - lette da qualcuno come un attacco a Prada e a Dolce & Gabbana - hanno segnato un innalzamento del livello di scontro.
Secondo lo stilista di Piacenza, che ha approfittato dell’ultimo giorno delle sfilate maschili a Milano per lanciare il suo messaggio, la moda ormai “è in mano alle banche”, i marchi “non sono più dei loro proprietari” e al posto degli stilisti ormai decidono i finanzieri. Per questo motivo, lui - Armani - preferisce gestire da sé il proprio gruppo per non trovarsi “con i creditori dietro la porta di casa”.
Un discorso che sarebbe una battuta su cui ridere se non ci trovassimo in Italia, dove in effetti la diffidenza verso la Borsa, i meccanismi finanziari e il sistema bancario è ancora ben radicata e rimane diffuso un atteggiamento legato al passato contadino, quando si preferiva tenere i risparmi sotto la mattonella piuttosto che affidarli a professionisti.
Armani potrà essere anche soddisfatto dei risultati del suo gruppo; e in effetti può andarne fiero, a quanto ne sappiamo. Forse è anche vero che alcuni marchi italiani disegnano e fanno sfilare capi che mai nessuno comprerà e men che meno indosserà. Magari con l’obiettivo di vendere accessori o far parlare di sé per sostenere i titoli quotati o da quotare in Borsa.
Rimane il fatto che Prada - da molti identificata come uno degli obiettivi di Armani - è un punto di riferimento mondiale per la moda e che soprattutto la Borsa ha rappresentato per grandi marchi internazionali, soprattutto francesi, uno straordinario strumento di crescita e sviluppo; che ha permesso di coniugare una straordinaria creatività con metodi di gestione efficienti e un’alta redditività.
Basti pensare a colossi come Lvmh o Gucci - ormai da anni in mani francese - o, restando ai marchi indipendenti, Chanel o Hermès. Armani non è al livello di queste griffe dal punto di vista del contenuto moda e del posizionamento. Ma anche marchi più commerciali hanno beneficiato dall’ingresso in Borsa.
È il caso di H&M o del rivale spagnolo Zara: proprio Inditex, la società che possiede il marchio Zara oltre a Bershka, Pull & Bear e Massimo Dutti, è appena diventata il gruppo di abbigliamento con la maggiore capitalizzazione al mondo. Si parla di 38 miliardi e mezzo di euro, contro i 38,4 di H&M.
Una prova che la Borsa può essere uno strumento utilissimo per la crescita di un’attività commerciale, con il vantaggio di maggiore trasparenza e informazioni per tutti. Forse quello che manca in Italia è un adeguato livello manageriale e una vera cultura del mercato e del capitalismo. Al di là delle smanie dei padroni, grandi e piccoli.
affar . info
24 giu 2011 - 03:26 - #1decisamente la Borsa non è adatta ai creativi … tranne quelli in declino
jkoo
24 giu 2011 - 21:04 - #2Armani è un grande imprenditore che si è fatto da solo e non vuol dividere con nessun parabancario la gestione della sua Maison. La creatività può solo perdere se messa in mano ad un ragioniere…….