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Crisi del debito, si moltiplicano le accuse alle agenzie di rating

Pubblicato: 09 ago 2011 da alessandro condina

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Quis custodiet custodes? O, in italiano, “chi controllerà i controllori”? I custodes del caso sono le agenzie internazionali di rating, da cui a quanto pare dipendono le sorti non solo delle principali società private, ma anche i destini degli Stati, non solo quelli della periferia europea, ma anche grandi paesi come Italia e Spagna e persino gli Stati Uniti.

La settimana scorsa, alla fine della telenovela fra il presidente Obama e la maggioranza repubblicana alla Camera dei rappresentanti sul rialzo del tetto del debito, Standard & Poor’s ha declassato il rating americano, da AAA a una più modesta AA: è la prima volta nella storia che gli Usa subiscono una riduzione del rating, che ha innescato il panico sui mercati. Se non fosse stato per l’intervento della Bce sui bond italiani e spagnoli, probabilmente avremmo assistito a una corsa alla vendita dei titoli.

La mossa di S&P, seppur non seguita dalle altre due agenzie Fitch e Moody’s, ha riaperto le polemiche sulla funzione e l’utilità delle agenzie di rating e sulla possibilità di un controllo esterno che certifichi il loro operato. Le tre sorelle certificano l’affidabilità degli emittenti, ma chi certifica le agenzie?

Sul Financial Times Trevor Greetham si domanda se l’azione delle agenzie in questo momento non stia avvelenando il sistema economico e finanziario mondiale, con un’attenzione spasmodica alla stabilità dei bilanci e al debito, che di conseguenza lascia in secondo piano l’aspetto della crescita. Ma un paese che cresce poco o per nulla, anche se ha i conti in ordine, nel medio lungo periodo non potrà onorare i propri debiti: un po’ come si teme che possa succedere all’Italia.

Al contrario, il modo migliore di avere risorse per rimborsare le obbligazioni e pagare le cedole è proprio innescare un circolo virtuoso basato sulla crescita economica: come ci insegna la matematica per ridurre il rapporto fra debito e Pil, infatti, si può ridurre il numeratore, cioè lo stock di debito, ma si può anche provare ad aumentare il denominatore, cioè fra crescere il Pil.

C’è poi l’elemento della credibilità delle agenzie. S&P, Moody’s e Fitch sono le stesse che tre anni fa non previdero il crack di Lehman Brothers e il pasticcio dei derivati; che assegnavano triple A a poche settimane dal fallimento di società che pagavano consulenze salate proprio alle stesse agenzie che dovevano valutarle. Qualcosa del genere era accaduto anche con il crollo di Enron nel 2001.

Per adesso l’unico strumento che abbiamo per valutare l’affidabilità di chi emette obbligazioni sono proprio le agenzie di rating, ma visti i loro errori macroscopici nel settore privato e le conseguenze che stanno provocando in quello pubblico, forse è il caso di ripensare questo sistema.

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1 commento

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  • Linus64

    09 ago 2011 - 18:47 - #1
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    Up Down

    I giudizi delle agenzie di rating sono un po come le previsioni meteo: valgono al massimo tre giorni e spesso sbagliano comunque.
    Vorrei approfittare di questo (e altri) blog per esporre alcune considerazioni ed un’idea su questa ennesima crisi economica.
    Mi sembra evidente che la successione di crisi economiche sofferte dai paesi occidentali negli ultimi anni siano da imputare ad una cattiva gestione della globalizzazione dei mercati.
    Se infatti consideriamo il mondo come un unica entità economica, con un mercato interno completamente aperto e libero, è inevitabile che la produzione si sposti dove i costi sono inferiori e, di conseguenza, si sposta anche la ricchezza e quindi il benessere.
    Questo sarebbe anche giusto e benefico se la produzione di beni e servizi fosse soggetta anch’essa a regole globalizzate, quindi medesimo trattamento dei lavoratori ecc…, ma così non può essere.
    Quindi i paesi che prima erano ricchi diventano poveri (indebitati) e smettono di comprare dai paesi produttori (per questo la Cina si è arrabbiata della situazione USA) e tagliano il benessere (previdenza, welfare, sanità, ecc..), poi tutto ricomincia con un andamento ondulatorio che porta la fortuna di pochi speculatori e le sofferenze di molti sfortunati.
    E’ vero che anche così alla lunga si tenderebbe ad un sistema stabile, infatti le oscillazioni sarebbero sempre più smorzate, ma è possibile che non ci sia un sistema per forzare questo lento e doloroso processo?
    Il più ovvio e altrettanto impraticabile è la globalizzazione delle condizioni (vi immaginate la Cina che mette a 38 ore settimanali i suoi operai???). Scartato.
    Il più facile è il protezionismo, ma questo, come già sancito dalla storia, inficerebbe tutti i vantaggi che la globalizzazione comunque può portare.
    Io ho pensato ad una soluzione, forse un po’ complessa, ma che potrebbe portare anche parecchi benefici accessori; cerco di spiegarla.
    I rappresentanti di tutti i paesi (o quasi), dovrebbero riunirsi intorno ad un tavolo ed introdurre dei “Titoli di Scambio Prodotti” TSP (per prodotti si intende sia merci che servizi). Ogni paese verrebbe dotato inizialmente di un TOT di titoli deciso in questo summit.
    Ogni transazione commerciale tra due paesi andrebbe accompagnata dallo scambio di un certo numero di TSP corrispondente al valore monetario della transazione.
    I TSP vengono gestiti unicamente dalla Borsa Mondiale dei TSP e possono essere solo scambiati con altri con altri TSP ai valori di mercato basati su domanda ed offerta.
    Facciamo un esempio a numeri tondi: un fabbricante di divani italiano compra in india le stoffe per i suoi divani, le paga 10.000€ più 10.000 TSP indiani, compra 10.000€ di legname in Svezia e paga 10.000 TSP svedesi, poi rivende i suoi divani finiti in USA per 50.000€ ricevedo 50000 TSP americani dall’acquirente.
    Dove ha preso i TSP indiani e svedesi? ovviamente alla Borsa TSP dove le avrebbe scambiati con quelli americani.
    Dove sarebbero i vantaggi di questo apparentemente complesso meccanismo?
    Se un paese esporta troppo rispetto all’import va incontro ad una penuria di suoi TSP sul mercato che di conseguenza aumenterebbero di valore riportando un freno all’export, ovviamente vero anche il contrario. Il Vertice dei paesi aderenti potrebbe stabilire in anticipo la crescita economica globale decidendo periodicamente quanti nuovi TSP emettere. I paesi con particolari esigenze economiche o colpiti da sventure quali terremoti o altri disastri potrebbero essere imparzialmente aiutati dall’emissione di nuovi TSP, eventualmente anche a scadenza.
    Insomma potrebbe essere un sistema per “bilanciare le bilance commerciali” dei vari paesi senza interferire direttamente sui prodotti e sui costi.
    Cosa ne pensate?
    Non ditemi che sono matto per favore….