Non è un bel periodo. Né per gli Stati Uniti, né per la vecchia Europa. L’enorme volatilità di Wall Street di settimana scorsa potrebbe avere traumatizzato per i prossimi anni schiere di investitori. Che impiegheranno chissà quanto a riprendersi, lo si legge su Bloomberg:
La volatilità record della settimana scorsa è terminata dopo quattro giorni. Lo stato di ansia tra chi investe nei fondi, potrebbe durare anni (…) questo giro sull’ottovolante è stato snervante per gli investitori dei fondi, che avevano già sopportato l’esplosione della bolla nel 2000, un crollo dell’indice S&P 500 (SPX) da ottobre 2007 a marzo 2009, e il crollo del maggio 2010 che cancellò in un solo giorno 862 miliardi di dollari.
Quella recente potrebbe essere stata una botta molto dura da recuperare. E in Europa? Se Atene piange, Sparta non ride. Stamattina il WSJ riferisce che funzionari Fed si starebbero incontrando con i rappresentanti delle filiali americane delle banche europee per monitorare quanto siano “sicure”, e assicurarsi dei livelli di finanziamento. Della volatilità di Piazza Affari invece, scrive Vittorio Carlini sul Sole24ore
Nelle Borse dell’incertezza, si sa, i fondamentali hanno un peso relativo. Più cresce la volatilità (e la paura), più si vende di tutto. Quando, al contrario, i mercati sono meno isterici i dati di bilancio rilevano con maggior forza. Per rendersene conto basta buttare l’occhio sulle semestrali della big corporate di Piazza Affari: dagli industriali alle tlc fino alle utility. Il Sole 24 Ore ha passato ai raggi x i dati di bilancio, a fine giugno 2011, confrontandoli con quelli della prima metà del 2010. Ebbene, salta fuori che il fatturato complessivo (escluse Prysmian e Impregilo i cui numeri non sono ancora noti) è salito a 188,2 miliardi di euro, a fronte di 169,3 miliardi realizzati nello stesso periodo dello scorso esercizio. Un buon balzo dei ricavi di 18,9 miliardi che, a livello percentuale, vale una crescita in doppia cifra (11%). Un po’ diverso, invece, il discorso sul fronte dei profitti
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