
Il governo cinese ha intenzione di cambiare strada rispetto al progetto di rivalutare lo yuan? Questa domanda ha preso a circolare la settimana scorsa, quando la valuta cinese, dopo un picco toccato mercoledì, ha subito una brusca correzione. In particolare il cambio fra yuan e dollaro è salito molto di più offshore - in particolare a Hong Kong - che onshore, come hanno segnalato diversi analisti.
Il punto è che negli ultimi mesi il dollaro si è apprezzato molto sulle principali valute mondiali, in particolare sull’euro in seguito alla crisi del debito greco e al rischio di contagio che colpirebbe l’intera Eurolandia. Di conseguenza il cambio con la valuta cinese - nota anche come renminbi - non poteva non riflettere queste ultimi movimenti.
Da un lato il calo dello yuan sembra significare che gli investitori non sono più così convinti che il governo cinese proseguirà nella politica di apprezzamento: del resto uno yuan troppo forte rischia di tradursi in difficoltà per le esportazioni cinesi, rallentamento se non diminuzione degli investimenti internazionali in Cina e, di conseguenza, rischi di instabilità sociale.
Dall’altro lato, la “tenuta” del cambio onshore lascia intendere, al contrario, che Pechino intende pilotare il più possibile i movimenti della valuta e, se possibile, proseguire nella politica di apprezzamento costante. Così almeno ipotizzano gli analisti di SocGen, secondo i quali uno yuan forte è ancora visto da Pechino come uno strumento di stabilizzazione dei mercati mondiali.
A differenza di altri interventi, come quelli sui tassi, la capacità del governo cinese di governare i cambi dà a Pechino uno strumento di persuasione e di pressione sugli altri governi e sui mercati molto più efficace. Bisognerà vedere se il governo “del popolo” saprà farne buon uso e se i mercati andranno nella stessa direzione. La guerra dei cambi è solo all’inizio.