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Startup di successo: quando Dropbox disse no a Steve Jobs

Pubblicato: 20 ott 2011 da alessandro condina

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C’è un nome nuovo nell’elenco delle aziende tecnologiche di sicuro successo con la prospettiva di uno sbarco trionfale in Borsa. Insieme ai vari Facebook, Zynga, Groupon bisognerà tenere d’occhio le scelte strategiche di un’azienda che per adesso si identifica con un prodotto, ma che ha già più di 50 milioni di utenti, compresi me e probabilmente molti voi.

Parliamo di Dropbox, quel servizio online che consente di conservare in Internet - nella “nuvola” come va di moda dire adesso - tutte quelle informazioni che fino a poco tempo fa finivano nei dischi fissi del pc, del tablet, nella memoria della fotocamera o sull’ipod, nelle chiavette Usb e che spesso non sappiamo dove andare a cercare.

Un successo di dimensioni così importanti che l’ideatore del servizio e fondatore dell’azienda è finito sulla copertina del prossimo numero di Forbes, che dedica un lungo servizio al giovane Drew Houston, Andrew all’anagrafe, uno smanettone classe 1983 che si è permesso di dire no a Steve Jobs e adesso possiede il 15% della sua società: sulla carta un valore di 600 milioni di dollari.

Nonostante gran parte dei clienti (il 96%) sia ancora free, la società nel 2011 dovrebbe raggiungere i 240 milioni di dollari di fatturato, di fronte a soli 70 dipendenti, in gran parte ingegneri. Un rapporto invidiabile tra numero di addetti e fatturato, tre volte superiore rispetto a un modello come Google.

A dicembre 2009, racconta Victoria Barret su Forbes, Houston ( si pronuncia hauston, come la via di New York, e non hiuston, come la città del Texas) e il suo socio Arash Ferdowsi, figlio di immigrati iraniani rifugiati in America, vengono invitati da Steve Jobs a parlare di affari. Il numero uno di Apple sabenissimo come funziona Dropbox e probabilmente vorrebbe farne l’embrione del futuro iCloud: sta di fatto che offre a Houston di acquistare l’azienda, ma il giovane imprenditore dice di no, perché il suo obiettivo è creare una grande azienda. Non importava che il compratore fosse il suo mito (Jobs) o che fosse pronto a pagarlo a peso d’oro.

La sua avventura era cominciata qualche anno prima, a Boston, dove un adolescente appassionato di computer (dall’età di 5 anni giochicchiava su un Ibm) e con le idee già chiare (secondo la leggenda, a 14 anni a scuola aveva dichiarato che da grande avrebbe voluto fondare una computer company) si iscrive al Massachusetts Institute of Technology, prende lezioni di gestione aziendale e durante un viaggio a New York, nel 2006, comincia a immaginare il prodotto che poi sarebbe diventato Dropbox.

Dropbox è la sua sesta startup e, come sempre nel campo della tecnologia, è diventata realtà solo sulla West Coast, in quella Silicon Valley che non rinuncia mai - o quasi - all’opportunità di finanziare un’idea che sembra buona. A San Francisco, in California, il primo a credere a quest’idea innovativa è Paul Graham dell’incubatore Y Combinator: da qui vengono i 15mila dollari con cui nasce ufficialmente l’azienda. È il 2007 e Houston ha incontrato il suo socio Ferdowsi, con cui comincia a lavorare sodo per realizzare la sua idea.

In pochi mesi Droobox prende forma, si concentra sulle esigenze dei clienti, punta su una grafica essenziale e di immediata comprensione (una scatola aperta che ognuno può riempire con ciò che vuole) e si diffonde con il passaparola: invitare un amico comporta spazio extra per ogni utente. Nel 2008 è il momento di coinvolgere i Venture Capitalist e il primo a fiutare l’occasione è Sequoia, che versa 1,2 milioni di dollari: Dropbox ha 9 dipendenti e 200mila utenti. In soli due anni e mezzo, i dipendenti sono cinque di più, ma gli utenti sono diventati 50 milioni.

Nel frattempo Dropbox ha raccolto altri fondi e a settembre ha siglato il suo accordo più importante, quello che in qualche modo prelude a un prossimo sbarco in Borsa. Una cordata di VC, guidata da Index Ventures, ha versato 250 milioni di dollari alla società, valutandola 4 miliardi: gli altri investitori sono Sequoia, Greylock, Benchmark, Accel, Goldman Sachs e RIT Capital Partners.

Quali sono le prospettive per Dropbox? Il rischio maggiore è che faccia la fine di altre meteore di Internet come MySpace o che venga soppiantato dai servizi analoghi che sono sulla rampa di lancio o sono già stati introdotti da Amazon, Microsoft, Google e Apple. Bisognerà vedere quanto gli utenti resteranno affezionati al sistema che stanno usando o se si lasceranno ritrascinare dentro una feature offerta da qualcun altro. La sfida è tutt’altro che chiusa.

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3 commenti

Commenti dei lettori

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  • w w w . a ff a r . in f o

    20 ott 2011 - 11:43 - #1
    0 punti
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    – quando Dropbox disse no a Steve Jobs –

    peggio per loro

  • Profilo di Tandua

    Tandua

    20 ott 2011 - 17:55 - #2
    0 punti
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    Io lo uso, ma costa ancora troppo e offre solo 100 gb max

  • kbascbzk

    22 ott 2011 - 18:54 - #3
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    IL cloud è il più grande furto di tutti i tempi……meditate gente meditate.