Logo Blogo

Le banche devono tornare a separarsi in retail e affari?

Pubblicato: 21 nov 2011 da alessandro condina

Commenti dei lettori

La crisi è nata dalle banche, si è aggravata a causa delle banche, si è spostata sui bilanci degli stati per salvare le banche e adesso - a quanto pare - viene affrontata per lo più da uomini che provengono dalle banche (Goldman Sachs ringrazia).

Rimane però un problema di fondo che è come mettere in sicurezza il sistema del credito bancario - che è fondamentale per il funzionamento dell’economia di mercato su cui, volenti o nolenti, si fonda il nostro sistema - senza “graziare” i banchieri che hanno provocato la crisi e, soprattutto, cercando di evitare che una situazione del genere si ripresenti e che il sistema creditizio possa degenerare ancora.

Già qualche settimana fa la presidente del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, ha sollevato questo problema sostenendo che i governi non devono intervenire per salvare le banche “tutte intere”, ma tutelare solo la parte retail, cioè le attività rivolte alla clientela: fondamentalmente le vecchie banche commerciali, che conservavano i risparmi e con quei soldi finanziavano privati e imprese. Per poterlo fare, però, bisognerebbe tornare a dividere le attività di investment banking da quelle retail.

Esatto: tornare a dividere, perché per un certo tempo le attività bancarie sono state nettamente divise, almeno in gran parte del mondo occidentale capitalistico, proprio per evitare commistioni fra attività diverse e potenzialmente in conflitto di interessi: in parole povere, se una banca deve consigliare a un cliente un investimento e al tempo stesso si preoccupa di collocare sul mercato o di garantire obbligazioni e azioni societarie, qualcosa potrebbe non funzionare.

Lo dice molto chiaramente Lagarde:

«Si può pensare alla divisione messa in atto dal presidente Roosevelt, alla raccomandazione della commissione inglese Vickers o alla Volcker Rule, ma ciò che conta è isolare bene i due tipi di attività bancaria».

Già ai tempi del presidente Roosvelt il Congresso Usa impose la separazione di quei due mondi con il Glass-Steagall Act del 1933 e ne seguì il New Deal: solo nel 1999 quella legge venne abrogata, anche se nel frattempo le banche d’affari avevano cominciato ad ampliare il loro raggio d’azione; in Italia la separazione venne meno negli anni Novanta, quando molte banche pubbliche vennero traformate in spa per poi essere privatizzate.

Purtroppo molto spesso l’esperienza non insegna niente e in troppi dimenticano che se i padri avevano fatto una determinata scelta era motivata da ragioni ben precise. Ormai comunque il recinto è aperto e i buoi sono scappati. Diverse voci si stanno levando in questo periodo per ricostituire quella barriera che impediva, o cercava di farlo, i conflitti di interessi tra diverse attività bancarie.

In Francia i socialisti sostengono questa innovazione, in Germania l’opposizione socialdemocratica chiede con forza la separazione delle due attività, nonostante proprio in Germania sia stata in vigore per tutto il Novecento la disciplina della banca universale. E anche diverse commissioni in vari paesi vanno nella stessa direzione.

E in Italia? Non risultano pervenute iniziative e neppure riflessioni da parte delle forze politiche né di destra né di sinistra, che pure avrebbero ogni interesse e, in teoria, dovrebbero essere attrezzate per riformare sul serio il sistema e proporre alternative. Intanto è una grande banca, Unicredit, che mentre annuncia un piano di taglio dei costi e un risanamento sceglie di diventare una “banca commerciale pura“. E il regolatore ancora aspetta.

1 stelle2 stelle3 stelle4 stelle5 stelle (1 Voti | Media: 5 su 5)
condividi condividi
1 commento

Commenti dei lettori

Nascondi commenti anonimi
  • [][][] B U S I N E S S [][][]

    23 nov 2011 - 17:58 - #1
    0 punti
    Up Down

    sì, a patto di non scaricare sul retail gran parte dei debiti accumulati come banche d’affari