
Circa dieci anni fa avvenne con le prime società attive su Internet: portali, produttori di software, siti di informazione. Bastava avere a che fare con la Rete per finire sotto i riflettori e ricevere un trattamento da cinque stelle sui mezzi di informazione, compresi quelli finanziari. Le aziende che decidevano di sbarcare in Borsa e avevano nel nome un www o una “e” minuscola (abbreaviazione di electronic) si trovavano una strada spianata.
Come tutte le mode peggiori, ovviamente anche questa attecchi rapidamente anche da noi: e così Seat Pagine Gialle, all’epoca, acquisto Buffetti solo perché aveva un bellissimo sito internet (così racconta la pubblicistica) e fra i tecnologici - sul poco fortunato listino Numtel - fu un fiorire di ePlanet, eBiscom, e altri cloni di eBay.
Adesso sembra di essere tornati a quell’epoca, con la differenza che non si parla più di connessioni o portali o motori di ricerca, ma di social network: basta operare su Internet e attivare qualcosa di vagamente social (anche molto vagamente, come nel caso di Gorupon) per guadagnarsi titoli sui giornali, copertine di riviste e in genere buona stampa.
Così - visti anche i risultati di alcune matricole del 2011 come Pandora, la stessa Groupon e Zynga - più di un osservatore comincia a chiedersi se la copertura giornalistica della finanza, in particolare della Ipo, sia corretta o non risulti piuttosto distorta.
Nel presentare le società che si apprestano a sbarcare in Borsa, infatti, i giornali fanno a gare a sparare cifre sempre più alte quanto alla valutazione aziendale, indiscrezioni sulle posizioni di vertici e previsioni sul prezzo: in pochi però si preoccupano di leggere con attenzione i numeri, specie quelli di bilancio, e di analizzare con freddezza e distacco le prospettive e i punti di forza e di debolezza delle “matricole”. Profitti? Non pervenuti: in pochi ne parlano e quasi nessuno li valuta con precisione, escludendo i risultati frutto di operazioni straordinarie dall’andamento dell’attività principale.
L’entusiasmo, quindi, rischia di accecare sia gli investitori sia gli analisti e i commentatori; eppure proprio i giornali dovrebbero svolgere una funzione, insostituibile, di osservazione, analisi e presentazione neutra. Invece troppo spesso si lasciano trascinare dall’euforia generalizzata e finiscono per dare ai lettori ciò che questi ultimi cercano e non ciò di cui hanno bisogno.