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Spotify minaccia Pandora, ma rischia di non fare mai profitti

Pubblicato: 12 dic 2011 da alessandro condina

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Come stanno i rivenditori di musica online? Se si guarda la Borsa, esclusa iTunes - che è di gran lunga il leader del mercato e fa storia a sé visto che fa parte del colosso Apple - non è semplice capire che succederà agli altri operatori. Pandora, che quest’anno ha debuttato sul Nyse, a New York, ma il titolo non sta attraversando un buon momento: dalla quotazione, eccetto un iniziale rally a 26 dollari, le azioni sono scese sotto i 10 dollari e non si vede come possano riprendersi.

Da un lato l’aumento del fatturato è sembrato notevole (+99%) nell’ultimo trimestre, ma i costi per pagare i diritti d’autore sono cresciuti ancora di più (+108%), in una spirale che se non si modifica porterà la società a un livello insostenibile, nonostante i 40 milioni di utenti attivi. A questo si aggiungono le sfide portate da concorrenti fino ad ora inaspettati, come Spotify che ha appena annunciato di aver raggiunto i 2,5 milioni di utenti paganti e ha lanciato il suo servizio di radio-online.

A differenza di Pandora, Spotify offre un servizio senza limiti giornalieri e con la possibilità di pagare “on demand”, cioè pezzo per pezzo: ognuno in pratica crea la propria radio virtuale scegliendo all’interno di un catalogo, con maggiore libertà di quanto permetta il servizio di Pandora. In più, bisogna considerare che Spotify può contare su gran parte del mercato europeo, attraverso i suoi siti nazionali, mentre Pandora rimane per adesso relegata nel, pur ricco, mercato sttaunitense. La radio online californiana, dunque, è decisamente in difficoltà.

Se Atene piange, però, Sparta non ride affatto; Spotify, cioè, sta facendo enormi progressi, ha tassi di crescita notevoli - anche se partiva da una penetrazione di mercato molto bassa - ma rischia di non vedere utili per molto tempo, forse di non raggiungerli mai se le condizioni del mercato rimangono quelle attuali, in particolare per quanto riguarda il costo delle royalties pagate alle etichette discografiche.

È molto interessante - e ricco di informazioni - l’articolo di Michael Robertson, Ceo di MP3tunes, un servizio di cloud music che in qualche modo è in concorrenza con Spotify: il suo punto di vista potrebbe non essere del tutto disinteressato, ma il punto che solleva è interessante.

I risultati di qualsiasi riveditore di musica online dipendono in gran parte dalle condizioni imposte dall’industria discografica e in particolare dalle etichette major, che ormai sono ridotte a pochissimi nomi, se sarà approvato l’accordo con cui Universal Music Group ha acquisito l’ultima grande etichetta indipendente, Emi, o meglio il suo catalogo, visto che le attività di produzione discografica sono finiti in mano a Sony.

Una tale concentrazione di potere nelle mani di pochi grandi gruppi crea una situazione vicina a un monopolio, di cui fanno le spese servizi come quello offerto da Spotify. A quanto pare sono le grandi etichette a imporre le condizioni commerciali, a pretendere servizi di valutazione e informazione sul mercato discografico, a costringere anche i rivenditori a mantenere strettamente il riserbo sulle condizioni economiche imposte.

Indirettamente questo discorso sembrerebbe confermato dai problemi che ha Pandora a mettere in equilibrio i ricavi con i costi crescenti, anche se a quanto pare lo status di “radio” concede alcuni vantaggi, in base alle leggi americane sul diritto d’autore, rispetto a servizi di vendita online come Spotify. La società svedese, quindi, ha margini di manovra molto stretti, ma di certo ne sapremo di più quando si avvierà una procedura per la sua quotazione; e comunque rimane l’asso nella manica della stretta collaborazione - che potrebbe preludere a una futura integrazione totale - con Facebook: una possibile alternativa alla quotazione.

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