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Petrolio e politica, il Brent dei record pesa sul nostro futuro

Pubblicato: 18 apr 2006 da Ferry Boat

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L’oro nero ha bruciato un altro record, ieri il Brent ha aggiornato il massimo storico a 71,4 dollari e a Londra i futures con consegna a giugno hanno raggiunto i 71,86 dollari spinti, fra l’altro dalle tensioni sull’Iran. Oggi già in apertura il Brent ha superato i 71,93 dollari nelle quotazioni.

Oggi su MF in un’intervista Alberto Clò, ex ministro dell’Industria e consigliere dell’Eni, ha rilanciato l’ipotesi di un abbassamento dell’Iva sui prodotti petroliferi: attualmente l’imposta pesa il 20%. Un’entrata consistente per le casse dell’Erario, ma anche un fardello sempre più grave per il consumatore. Può lo Stato permettersi in tempi di vacche magre un taglio ad una voce tanto importante del bilancio? Sicuramente le prospettive non sono rosee, tranne che per i titoli petroliferi che oggi probabilmente metteranno a segno un altro rialzo.

Ma cosa genera questa corsa del greggio? Stamane durante la rassegna stampa radiofonica Stefano Folli, ex direttore del Corriere della Sera ed editorialista del Sole 24 Ore, ha evidenziato la duplice natura del fenomeno.

Da un lato ci sono fattori per così dire congiunturali. La crisi iraniana e il muro contro muro fra Washington e Teheran sembra allontanare una possibile soluzione. Gli USA continuano a minacciare l’uso della forza se l’Iran non abbandonerà i progetti sul nucleare fondatamente sospettati di essere una corsa verso la bomba atomica. D’altro canto gli osservatori internazionali dubitano che queste minacce possano avere un seguito realistico.

Puo’ l’America permettersi un’altra e più difficile guerra? Senza considerare che l’Iran è uno dei maggiori produttori di petrolio e ha quindi un ruolo fondamentale nell’economia mondiale. L’Occidente puo’ realmente permettersi un nemico del genere, che per di più è fiancheggiato da un altro produttore di calibro come la Russia?

Tutto questo riporta all’analisi di Folli che evidenzia come accanto a fattori (si spera) temporanei come la crisi iraniana, e come quella meno grave e discussa nigeriana, ci siano fattori strutturali. Qui entrano in ballo la Cina, l’India e gli altri paesi emergenti. L’incremento esponenziale della loro domanda di energia e petrolio ha fatto lievitare i prezzi e ha anche favorito quella sorta di alleanza fra paesi storicamente distanti come la Russia, l’Iran o l’Algeria. Una sorta di cartello dei produttori che sta aggirando l’Opec usando le proprie risorse anche in chiave politica e che rischia di essere sempre più un pericolo per le economie europee e americane.

In questo contesto vanno inserite le preoccupazioni di quanti vedono la costruzione di possenti oleodotti fra la Russia e la Cina che potrebbero assottigliare le scorte riservate all’Occidente. A questo punto appare sempre più chiaro che il ruolo delle nostre economie sarà marginalizzato sempre di più se non si riusciranno a produrre delle alleanze forse in certi casi forse ciniche ma inevitabili con quei paesi che, bisogna ammetterlo, hanno sempre più in mano il nostro destino.

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