
Un’offerta pubblica di vendita da 5 miliardi di dollari, con il supporto delle più importanti banche d’affari, da Morgan Stanley a J.P. Morgan e Goldman Sachs. Dopo tanta attese, tanti annunci poi rimandati, alla fine Facebook ha presentato alla Sec un’istanza per la quotazione in Borsa.
Dopo soli 8 anni di attività, il social network più famoso al mondo ha una base di 800 milioni di utenti attivi mensilmente: nel 2011 il fatturato ha raggiunto i 3,7 miliardi di dollari. La crescita futura, però, non potrà mantenere i ritmi registrati finora e la società stessa, nei documenti presentati alle autorità di controllo, ammette i propri punti di debolezza, come sottolinea TechCrunch.
Innanzitutto Facebook ha già quasi saturato i suoi mercati chiave nel mondo occidentale, in termini di utenti. E poiché finora la redditività della società è legata al numero di iscritti attivi, in futuro un rallentamento nella crescita dell’utenza potrà riflettersi anche sui risultati economici. Ma non basta: fra gli altri fattori di rischio ci sono la carenza di prodotti dedicati all’utenza via cellulare, la pressione dei concorrenti come Google+, Twitter e Microsoft, la censura dei governi e la normativa sulla privacy, la dipendenza da un solo cliente, Zynga, per il 12% dei ricavi.
Continua a leggere: Facebook: Ipo da 5 miliardi di dollari, ma non per tutti

In quasi due anni il titolo Xerox ha perso circa un terzo del suo valore e dai 12 dollari di dicembre 2010 è crollato a meno di 8 dollari di questi giorni. Per tutto il 2011 la società non ha centrato le attese e gli obiettivi annunciati, per cui è fisiologico che le quotazioni ne hanno sofferto, ma anche dopo l’ultima trimestrale - che pure ha rispettato in gran parte le previsioni - il titolo ha perso quasi il 10% e poi ha continuato a galleggiare sugli stessi livelli.
Eppure a questi prezzi potrebbe essere interessante mettere una fiche anche su Xerox, per alcune ragioni che leggiamo su SeekingAlpha. Innanzitutto l’andamento degli utili nell’ultimo anno è stato fortemente condizionato dalla debolezza della domanda in Europa, dove come sappiamo l’economia è in difficoltà. Quindi non si tratta tanto di scelte manageriali, quanto di un quadro globale più difficile.
È vero che l’indebitamento a lungo termine è di 8,6 miliardi di dollari, cioè circa l’80% della capitalizzazione e la crescita degli utili è tutt’altro che eccezionale, ma il dividendo è comunque del 2,2% e ci sono anche da considerare le prospettive di apprezzamento del titolo e la capacità di generare flussi di cassa.
Continua a leggere: Xerox: un'opportunità dopo il calo delle quotazioni

C’eravamo tanto amati? Questo, secondo un articolo di Forbes è il destino più auspicabile per il matrimonio, onestamente sempre problematico, fra General Motors e Opel. La tesi di fondo è che la società americana, che è appena uscita fuori dall’amministrazione fallimentare, dovrebbe concentrarsi sulle attività nella madrepatria, molto più redditizie rispetto a quelle del Vecchio Continente.
Gm conquistò Opel all’inizio degli anni Novanta, quando l’ambizioso piano dell’azienda di Detroit era diventare un vero e proprio colosso con due piedi, uno negli Stati Uniti e l’altro in Europa: quest’ultimo, oltre a Opel, avrebbe dovuto comprendere anche la Fiat dei tempi dell’Avvocato Agnelli; ma poi sappiamo che le cose non andarono esattamente così.
Dopo il fallimento del matrimonio con Torino - che tra l’altro costò piuttosto caro agli americani - Gm dovrà fare marcia indietro anche su Opel. Secondo Micheline Maynard sì, e per almeno tre buoni motivi, tanto più che General Motors si prepara ad incassare il secondo anno consecutivo di perdite in Europa e che la politica della moltiplicazione dei marchi sotto lo stesso cappello sembra spesso poco efficace.
Continua a leggere: Per Gm forse è l'ora di liberarsi di Opel (o no?)

L’Italia sembra entrata - almeno per adesso - in una situazione più tranquilla, con i rendimenti dei Titoli di stati scesi a un livello accettabile e lo spread in picchiata rispetto ai Bund tedeschi. Per il Portogallo, invece, si annunciano tempi cupi e la situazione sembra allarmante: il rischio default sembra più vicino in assenza di nuovi aiuti dall’Unione Europea.
Lo spread tra i titoli di stato decennali emessi da Lisbona e i Bund hanno toccato un nuovo record sopra quota 1.500 punti. Ricordiamoci che l’Italia era considerata “a rischio” già sopra i 500 punti. Anche i credit default swap, titoli con quali ci si assicura contro l’insolvenza del paese, raggiungono un nuovo massimo storico a 1.458 punti.
Ieri, secondo Markit, i cds sui bond a cinque anni avevano raggiunto i 1365 punti base, un livello mai visto prima. Questo, sommato al fatto che il rating del Portogallo è stato declassato a livello “junk” (spazzatura) dalle tre principali agenzie di rating, delinea un quadro fosco.
Continua a leggere: Portogallo: nuovo record per lo spread, oltre i 1500 punti

Roche vuole a tutti i costi conquistarsi una posizione importante nel promettente settore delle terapie basate sulla sequenza del Dna; con questa prospettiva ha messo nel mirino la società farmaceutica americana Illumina, con sede a San Diego in California. Dopo mesi di trattative infruttuose con la dirigenza, gli svizzeri hanno deciso di lanciare un’offerta ostile direttamente agli azionisti.
Il colosso farmaceutico svizzero è disposto a pagare 44 dollari e 50 per azione, con un premio del 19% rispetto agli attuali valori di Borsa. Per il management californiano, però, l’offerta non è sufficiente, per cui c’è da aspettarsi una lunga battaglia tra potenziale preda e cacciatore.
Già un anno fa, infatti, il cda di Illumina - nell’ambito delle trattative per un ingresso importante di Roche nella compagine azionaria - aveva fissato un prezzo accettabile in 79 dollari per azioe, quasi il doppio rispetto all’attuale somma che i rivali sono disposti a pagare.
Continua a leggere: Roche punta alla terapie geniche e vuole Illumina

La Borsa festeggia i risultati di Apple, che ha messo a segno un importante rialzo sull’onda dell’ultima trimestrale, in cui la società ha superato le previsioni praticamente in ogni settore: ieri il titolo ha chiuso poco sopra i 420 dollari, ma nell’after-hour ha superato anche uota 450.
Nell’ultimo trimestre del 2011 Apple ha registrato un fatturato di 46,3 miliardi di dollari, in crescita del 73%, mentre le previsioni degli analisti puntavano a poco meno di 39 miliardi. Merito soprattutto dei 37,04 milioni di iPhone venduti e dei 15,43 milioni di iPad. E secondo molti osservatori siamo ancora ben lontani dal punto di saturazione, quindi la società ha ancora margini di progresso.
Il titolo Apple, che proprio di recente aveva toccato un record di 427 dollari, può salire ancora, considerato che l’utile netto per azione ha sfiorato i 14 dollari. Ampiamente superati dunque gli obiettivi previsti dagli osservatori. In particolare questi risultati portano la liquidità che l’azienda conserva in cassa a livelli stratosferici: quasi 100 miliardi di dollari.
Continua a leggere: Apple supera le attese e si prepara a usare la liquidità

L’ultima trimestrale di Google ha deluso in parte gli analisti: sia il fatturato sia gli utili per azione sono stati lievemente inferiori alle attese, anche se l’ordine di grandezza non si è discostato dalle previsioni.
8,13 miliardi di fatturato - invece di 8,41 - e 9,5 dollari di utili per azione, invece dei 10,5 preventivati. Da un lato questo risultato è stato spiegato con la debolezza dell’economia europea e con il calo dell’euro rispetto al dollaro, con la conseguenza che il fatturato realizzato in Europa è stato condizionato dai cambi valutari. Ma c’è un altro punto che in molti hanno sottovalutato, ma che sia Business Insider sia Forbes si sono affrettati a sottolineare.
Un segnale - che potrebbe lanciare un primo allarme - viene dall’attività più profittevole di Google: AdSense, cioè la pubblicità online da cui la società trae circa il 96% del suo fatturato. In questo settore - quello decisivo finora per le fortune di Google e certamente vitale per mantenere le posizioni - la crescita è stata inferiore al trend, cioè i tassi di crescita hanno rallentato vistosamente, molto più del previsto.
Continua a leggere: Per Google la pubblicità cresce meno del previsto

Le difficoltà nelle vendite, il ritardo nel lancio di nuovi prodotti, la delusione per i risultati del tablet lanciato alla fine del 2011, l’incapacità di rinnovare la società e tenere il passo dei principali rivali, Apple e i produttori di smartphone Android. Sono tra i motivi centrali dell’addio di Mike Lazaridis e Jim Balsillie, finora a capo della società del Blackberry.
I due capiazienda (Lazaridis contribuì alla fondazione di Rim nel 1984, Balsillie entrò nel 1992) hanno appena presentato le loro dimissioni da co-amministratori delegati di Research In Motion, la società che produce e commercializza appunto il Blackberry. I due comunque non tagliano del tutto i legami con l’azienda: Lazaridis diventa vicepresidente e Balsillie sederà ancora in consiglio di amministrazione. Del resto i due sono ancora tra i principali azionisti della società canadese, con il 12% delle azioni detenuto in comune.
Il punto è che se Rim non cambia passo, il valore di queste azioni è destinato a ridursi, dal momento che la società sembra subire in modo troppo netto la concorrenza dell’iPhone di Apple e degli smartphone Android, come quelli di Samsung, Google e Htc. In particolare l’andamento degli ultimi mesi ha mostrato una preoccupante perdita di terreno nel settore business, quello dove fino a poco tempo fa Rim manteneva una posizione privilegiata
Continua a leggere: I creatori del Blackberry lasciano la guida di Rim

L’economia non riparte, i conti pubblici dei paesi occidentali - Europa e Stati Uniti - arrancano, addirittura si potrebbe avvicinare lo spettro di una recessione mondiale. In un quadro del genere, quale settore industriale potrebbe dare garanzie di profitti costanti anche in un quadro recessivo? Il tabacco, ovvio!
Anche se il mercato delle sigarette non è più da tempo in espansione nelle economie avanzate, quello del tabacco rimane comunque un settore solido con volumi costanti e un buon ritorno economico, in particolare per i marchi più prestigiosi e storici, come Marlboro e Philip Morris.
In particolare vale la pena dare un’occhiata ad Altria, la conglomerata che produce e vende, oltre a vino ed altri prodotti, le sigarette a marchio Marlboro, Virginia Slims e L&M: una società con un basso indebitamento, margini solidi e soprattutto un ricco dividendo. Il titolo Altria, quotato a Wall Street, vanta una bassa volatilità - inferiore alla media dell’indice S&P500 - e un dividendo del 5,7%.
Continua a leggere: In tempi di crisi il business delle sigarette non va in fumo

Alla fine l’ora del fallimento è arrivata per Kodak: la società ha portato i libri in tribunale e ha chiesto la protezione del Chapter 11, la norma del codice degli Stati Uniti in base alla quale è possibile ristrutturare i debiti di un’azienda continuando a mantenere in piedi le attività. L’obiettivo dichiarato è rimettere in sesto i conti e ritornare a operare regolarmente nel 2013.
Dopo 131 anni la società americana si è dovuta arrendere a una crisi di liquidità senza precedenti provocata in primis dal successo della fotografia digitale con il conseguente declino delle pellicole che per oltre 100 anni sono state l’attività principale della compagnia. Non è andato in porto, d’altro canto, il tentativo di trasformarsi in produttore e rivenditore di macchine fotografiche digitali: in questo campo era troppo forte la concorrenza di altre società dell’elettronica.
Per sopravvivere Kodak ha già ottenuto da Citigroup un finanziamento da 950 milioni di dollari e ha nominato Dominic DiNapoli, vice presidente di FTI Consulting, nel ruolo di Chief Restructuring Officer. Secondo il presidente della società Antonio P. Perez, l’obiettivo di questa operazione è riuscire a superare il momento di difficoltà e valorizzare i due principali asset di Kodak: da un lato i brevetti digitali su cui la compagnia ha investito molto nell’ultimo decennio, dall’altro le tecnologie di stampa che sono sempre state un punto forte nella storia del gruppo.
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