Enel: risultati in crescita, ma il debito è da monitorare

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Una crescita dei ricavi di oltre il 20% non può che essere incoraggiante e il giro d’affari di Enel da 34,2 miliardi di euro a semestrale la rende un gruppo sempre più un peso massimo dell’industria globale (per di più in un settore strategico come quello dell’energia).

La crescita è però in gran parte dovuta al cambiamento di metodo di consolidamento della spagnola Endesa da proporzionale a integrale. Buone anche le performance in Russia, mentre il mercato italiano si è mostrato in netto calo. Il gruppo insomma è cresciuto solo all’estero, in termini di fatturato, con una crescita dei ricavi del 107,6% in America Latina e Spagna a quota 14,8 miliardi di euro. La divisione internazionale non ha fatto meno con un apporto al giro d’affari di 3,11 miliardi di euro. La business unit mercato italiano ha ceduto il 13,8% dei ricavi portandosi a 9,14 miliardi di euro, ma l’ebitda è cresciuto del 20,6% a 193 milioni di euro. La business unit Infrastructure&Network, che vanta ricavi per 3,41 miliardi di euro, ha registrato una flessione dell’1,6% in termini di ricavi e del 23,5% in termini di risultato operativo (ebit a 1,4 miliardi).

Da ricordare le performance della quotanda Enel Green Power che registra un rialzo dei ricavi del 12,9% a 974 milioni di euro, ma una flessione dell’ebit del 2,4% a 495 milioni. Da un punto di vista patrimoniale va evidenziata la crescita dell’equity a 49,92 miliardi di euro a fronte di un debito in crescita di oltre 5 punti percentuali a quota 53,89 miliardi di euro. Il management ha spiegato che almeno 1 miliardo di euro di debito sono da attribuire alla contabilizzazione in euro e 1,4 miliardi alla conversione in euro di prestiti in natura straniera che avviene tramite operazioni di hedging.

Di certo un rapporto debt/equity sopra l’unità è ancora lontano dagli obiettivi del gruppo che però ha ribadito l’intenzione di rispettare i target di una riduzione del debito a 45 miliardi entro la fine dell’anno. Il debito ha una scadenza media di 6 anni e 9 mesi e un costo medio del 5,3 per cento e sicuramente una sua riduzione sarà favorita dalla cessione da 1,41 miliardi di euro della rete di Endesa a REE, così come la quotazione di Enel Green Power che dovrebbe portare risorse notevoli nelle casse del gruppo e aiutarlo a non deludere le agenzie di rating che tengono sott’occhio il suo livello di indebitamento.

Certamente i prossimi risultati operativi del gruppo saranno importanti anche per rendere più fiduciosi gli investitori che vorranno scommettere sulle fonti rinnovabili di Green Power per la quale la quotazione a ottobre rimane confermata.

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Finmeccanica: la semestrale raffredda i prezzi

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Nel giorno della semestrale, Finmeccanica cede infatti quasi due punti percentuali a fronte di un mercato orientato al rialzo. Già due settimane fa, d’altra parte, Goldman Sachs aveva inserito la società guidata da Pierfrancesco Guarguaglini nella lista europea dei titoli da vendere calcolando per la fine dell’anno una crescita moderata dei ricavi e una flessione degli utili legata soprattutto alla crescita della pressione fiscale.

A fine 2010 il gruppo dovrebbe assorbire circa 132,1 milioni di euro euro di cassa contro i flussi positivi per 333 milioni dell’anno scorso. La debolezza complessiva del cash flow (anche se quello operativo è visto in costante crescita) sembra destinata a perdurare negli anni con flussi complessivi da appena 7,9 milioni nel 2011 e pari a zero l’anno successivo. Il raddoppio dei capex da 465 a 958 milioni di euro è fra le motivazioni più importanti di questo andamento, né aiutano dividendi in costante crescita. Ma a metà 2010 che risultati ha raggiunto la più grande società italiana della Difesa?

A conti fatti il semestre si chiude con un risultato di 194 milioni di euro che incorpora una flessione del 20% rispetto ai dati di un anno fa: in poche parole Finmeccanica ha perso per strada un quinto dei suoi utili. Il giro d’affari del gruppo è leggermente cresciuto a 8,65 miliardi di euro nel periodo ma l’ebita adjusted del gruppo è sceso del 3,1% a quota 586 milioni di euro a causa soprattutto del segmento Veicoli e Spazio che hanno appesantito il ramo dei trasporti del gruppo. Ancora una volta è illuminante l’analisi dei flussi di cassa: il free operating cash flow indica infatti un assorbimento di cassa per poco meno di un miliardo di euro (967 milioni) con un peggioramento di 272 milioni (-39,1%!) sul dato del 30 giugno 2009.

Sicuramente una certa stagionalità avrà intaccato l’equilibrio tra incassi e pagamenti commerciali, però che questo si stia confermando un anno difficile è indubitabile. La crescita del debito da 3 a 4,6 miliardi di euro conferma queste perplessità. Nelle sue previsioni il management ammette che nel medio periodo alcune aziende del gruppo potrebbero risentire della politica fiscale adottata da alcuni paesi e che questo potrebbe comprimere gli investimenti pubblici. Tuttavia per la fine dell’anno è previsto un free operating cash flow capace di produrre un avanzo di cassa da circa 200 milioni di euro. Il portafoglio ordini già copre oltre il 90% della produzione dei prossimi sei mesi e a fine anno i ricavi dovrebbero essere compresi tra 17,8 e 18,6 miliardi di euro euro con un ebita adjusted di circa 1,52-1,60 miliardi. Nel frattempo, però, occorrerà tenere duro e riposizionarsi ancora nel mercato per cogliere le occasioni migliori del mutato scenario globale.

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Basilea: più trasparenza e rapidità non farebbero male

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Fiducia. Operatori, investitori grandi e piccoli, istituzioni di varia natura, osservatori terzi (se è possibile che qualcuno sia “terzo” all’economia globale) sembrano tutti assediati dalla paura, l’antitesi esatta di quello che si dovrebbe vedere durante una ripresa. L’elevata volatilità dei mercati (favorita anche dalla tradizionale scarsa liquidità di questa stagione) lo conferma. Così come lo conferma l’antologia delle previsioni apocalittiche o anche, all’opposto, delle minimizzazioni eccessive. Sembra quasi che le nazioni, come le grandi banche, siano ormai tanto fragili da dover essere trattate con guanti di velluto e possibilmente con complicità e sostegno. Sicuramente qualcosa di vero c’è, visto che ancora molti colossi bancari sono alle prese con scenari difficili sia per i tassi d’interesse, che per gli asset in portafoglio, che per le molte trimestrali (industriali soprattutto) che hanno deluso le attese degli analisti. Scenari preoccupanti tornano ad agitare lo spettro del double dip ossia della crisi a W e quindi di un nuovo inasprirsi delle condizioni dei mercati.

La fiducia il bene più importante che sostiene i mercati sembra ancora fragile, nonostante i recenti stress test abbiano consolidato la trasparenza del settore bancario europeo e confermato la sua resistenza a uno scenario di discostamento del Pil Ue di ben tre punti percentuali. Forse l’ipotesi di default di uno stato dell’Eurozona si poteva anche introdurre, tuttavia sarebbe stato contraddittorio con quanto affermato finora dai vari governi dell’Eurozona e disposto con il famoso salvagente da 750 miliardi di euro. Il rischio scontato dai cds sul debito sovrano dei maggiori paesi europei è sceso notevolmente, come rileva Markit, con gli spread sui credit default swap dell’Italia passati dai 177 del 15 luglio ai 132 di ieri. Nello stesso periodo gli spread sui cds della Grecia sono scesi da 809 a 690 punti e quelli sulla Spagna da 221 a 175. Come molti hanno sottolineato oggi anche gli spread tra i titoli di stato europei e quelli tedeschi che fanno da benchmark sono scesi notevolmente. Il successo delle ultime aste spagnola e italiana di ieri ha confermato un ritorno della fiducia sui titoli di stato europei mentre le esposizioni delle banche europee ai titoli di debito dei paesi dell’Europa periferica si dimostrano ancora molto consistenti fornendo uno dei più concreti segnali di fiducia al mercato sull’impossibilità di un default.

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Luxottica: qualche realizzo dopo i dati semestrali, ma le performance sono solide

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Oggi il titolo di Luxottica subisce qualche realizzo dopo il rally delle ultime sedute e la pubblicazione dei risultati trimestrali: il superamento durante la scorsa ottava degli ostacoli di area 20 euro ha comunque inviato un buon segnale al mercato. A guardarlo attraverso i Ray-Ban del gruppo il mondo appare estremamente coerente con le previsioni degli analisti. I ricavi del gruppo sono scesi del 20% in Grecia, gli Stati Uniti hanno mostrato una crescita dell’8% dei ricavi a 1,21 miliardi di dollari (+15% nel canale wholesale), in Europa le vendite hanno tenuto (con la cattiva performance citata della Grecia) e sono cresciute in Italia, Spagna e Portogallo. Nel Vecchio Continente la stagione estiva ha favorito una crescita delle vendite di occhiali da sole con i Ray-Ban che hanno registrato una crescita a doppia cifra. E l’Oriente? Gli investimenti hanno visto una crescita a due cifre del giro d’affari in Cina, ma ancora il break even non è stato raggiunto.

I ricavi da quasi 1,6 miliardi di euro (nel trimestre) sono stati il miglior fatturato trimestrale di sempre e anche al netto dell’effetto cambio che ha incoraggiato molto la società degli occhiali, la crescita del business è stata di 6,5 punti percentuali. L’utile netto ha raggiunto i 150 milioni di euro con un incremento di oltre il 30%: parlare dunque di ripresa non è affatto esagerato.

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Stress test: le banche europee si confermano solide

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E’ andata anche troppo bene. Gran parte del giornalismo anglosassone sintetizza così il risultato degli stress test europei sul sistema bancario del Vecchio Continente, eppure è palese che i criteri utilizzati per condurre queste prove sulle banche Ue non sono stati meno duri e completi di quelli condotti sulle banche statunitensi.

Non che manchino le criticità, senza dubbio, ma tutto sommato il lavoro svolto dagli esperti del Cebs (strettamente controllati dalla Bce e dalla Commissione) è stato accurato e coerente. Certo la mancanza dell’ipotesi di default di uno stato europeo può essere considerata un vulnus alla credibilità di questo esercizio. Va però ricordato che gli Stati Uniti nel loro stress test di successo hanno conteggiato solo 19 banche contro le nostre 91 e che non hanno certo incluso nel loro scenario l’ipotesi di fallimento di uno stato interno alla federazione (per esempio la California) che pure è allo stato delle cose non meno probabile di quella del fallimento di un membro della comunità europea.

Per garantire il mercato del debito sovrano Ue e l’appoggio alla liquidità delle nazioni dell’Europa periferica Bruxelles ha buttato in acqua un salvagente da ben 750 miliardi di euro che significa molto di più di quanto l’America abbia messo finora con il piano Paulson.

Se qualcuno poi volesse parlare della dipendenza delle banche europee dai finanziamenti della Bce (dipendenza peraltro in riduzione) si potrebbero ricordare i finanziamenti del programma americano Talf, non approvati dal Congresso Usa, ossia il sostegno diretto all’economia e a certi mercati che è stato una scelta senza dubbio assai meno forte di quella di consentire alla Bce un parziale intervento in favore delle banche con crisi di liquidità.

Se si passa alla Gran Bretagna, si può ricordare che il sistema bancario britannico esiste ancora solo perché il governo UK l’ha salvato con finanziamenti più o meno trasparenti e con l’aiuto di investitori stranieri. Gli haircut, ossia le previste riduzioni di valore del debito sovrano europeo nel caso di grave inasprimento delle condizioni economiche, non sono certamente paragonabili al default di uno Stato Sovrano, d’altra parte chi crede veramente che Stati Uniti e Gran Bretagna meritino un rating da tripla A?

Ovviamente simili dubbi non portano a niente di davvero costruttivo, ma almeno contestualizzano quanto rilevato. Il recente intervento della Cina nell’asta dei bonos ha rivelato un importante sostegno di Pechino all’euro e quindi fornito un paracadute potenziale in più. Le criticità sono emerse laddove tutti le cercavano, ossia in Spagna, Germania e Grecia. I capitali provenienti dagli aiuti di Stato sono stati inclusi nei requisiti patrimoniali del test: d’altra parte a che sarebbero serviti altrimenti? Se si conteggiano i capitali richiesti dalla tedesca Hypo Real Estate, dalla greca Ate e dalle 5 casse spagnole che non riuscirebbero a mantenere il tier 1 ratio sopra il 6% (in caso di grave crisi) si arriva alla cifra di 3,5 miliardi di euro di nuovo capitale richiesto: una cifra assai inferiore alle attese che spesso scontavano interventi ben superiori ai 30 miliardi di euro.

Fino a che punto questo risultato può davvero essere considerato una spia di un “soft test” e non un successo della finanza europea? La mina delle Landesbank non è esplosa, ma NordLB e PostBank si sono mostrate più fragili del previsto. Nessuno si nasconde certo che il sistema bancario tedesco è ancora debole (almeno in alcuni casi), nemmeno le autorità locali che, in qualche caso, stanno già correndo ai ripari. Idem per la Spagna che ha già avviato il processo di intervento nel mondo delle casse di risparmio iberiche spesso gravemente danneggiate dalla crisi immobiliare.

Quello che davvero hanno rivelato questi stress test è il forte legame tra l’economia reale e le banche europee. Irwin Stelzer, un esperto americano dell’Hudson Institute che ha pubblicato un articolo abbastanza critico sugli stress test Ue fra le pagine del Wall Street Journal, ha sottolineato che secondo Ubs e altri osservatori gli asset a rischio finanziati dalle banche spagnole non sarebbero solo il 5% ma si approssimerebbero al 14 per cento. Se è inoltre vero che il 70% dei debiti delle non quotate dell’Eurozona è stato contratto verso banche e non, come in America, sul mercato dei capitale, appare sempre più concreto il rischio che la debolezza della ripresa pesi anche sugli istituti di credito. I legami fra imprese e società da un lato e banche dall’altro raggiungono uno dei loro apici proprio nel Bel Paese dove le attività tradizionali, relativamente distanti dalla finanza internazionale, sono ancora la maggiore fonte di reddito delle banche. Questo significa in pratica un maggior legame col territorio e una maggiore ciclicità che però potrebbe tornare utile in vista di un miglioramento della congiuntura. Il prossimo importante appuntamento è quello di Basilea dove nuove regole saranno poste per tutti. La capacità di influenzare il dibattito sarà fondamentale per l’Italia che, per via di diverse sue peculiarità, rischia di trovare inadeguata e svantaggiosa la nuova veste normativa. Per questo le banche dovranno lottare ancora, per non scoprire, all’indomani di Basilea, che il modello di business che le ha salvate è diventato meno conveniente di quello delle banche meno “virtuose”.

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Ipo in forte crescita, quali sono i paesi piu' attivi?

pubblicato da AleOne

Il collocamento sui listini azionari di Hong Kong e Shanghai di AgBank, la Agricultural bank of China, fornisce uno spunto valido per capire quale sia il vero centro dell’attività finanziaria in questo momento nel mondo. AgBank, la quarta banca al mondo per capitalizzazione dopo Icbc, China Construction Bank e Hsbc, ha raccolto 22,5 miliardi di dollari, un nuovo record a livello planetario, che migliora, anche se solo di poco, quello detenuto precedentemente dal collocamento di un altro gigante del credito cinese, la Industrial Commercial bank of China (Icbc), che aveva raccolto 21,9 miliardi. Ma a presentarsi in borsa non sono solo le banche cinesi, affamate di capitali dopo aver elargito crediti ad imprese e privati negli ultimi due anni sotto la spinta del governo di Pechino.

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Safilo pronta a cogliere la sfida, nonostante le tensioni sui prezzi

pubblicato da riva

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Safilo ci vede benissimo anche senza gli occhiali della Diesel che dal prossimo anno non sarà più in partnership con l’azienda veneta per questo prodotto. Il titolo oggi ha toccato un massimo a 8,19 euro e potrebbe anche tentare un allungo, nelle prossime settimane oltre gli 8,5 euro. La perdita del marchio della Diesel riduce a 28 i marchi in licenza ai quali vanno comunque aggiunti 5 marchi di proprietà.

Se però si guarda all’ultima trimestrale, magari in attesa dei dati semestrali del prossimo 2 agosto, si nota che il business finora si è mostrato molto resistente, nonostante la società sia passata per fenomeni tumultuosi con il disimpegno dei Tabacchi, oggi scesi al 10% del capitale del gruppo, e l’ascesa nella compagine proprietaria del gruppo di Hal, grande distributore internazionale oggi al 37,2% del capitale.

Il conto economico del gruppo mostra praticamente risultati invariati con vendite a 286 milioni contro i 287,9 del primo trimestre del 2009 e un ebitda in crescita a 34,6 milioni contro i 30,2 milioni di un anno prima. L’utile del gruppo rimane invariato a 1,7 milioni per via di imposte cresciute da 2,6 a 3,9 milioni di euro e per svalutazioni di imposte differite per 4,8 milioni di euro. Il fatto che però nel conto economico l’utile operativo cresca da 19,1 a 24,1 milioni di euro lascia sperare per il trimestre in corso e per i prossimi in un forte miglioramento della reddittività del gruppo.

Tutto l’anno sarà influenzato dalla cessione del business retail a fine 2009 (vendute la catena spagnola e quella australiana con la riduzione dei punti vendita a 219 dai 221 precedenti) che modifica il perimetro della società ma sembra anche eliminare degli asset in perdita. Il calo dei prezzi degli occhiali pone sotto pressione i margini dei grandi gruppi e potrebbe avere effetti anche su Safilo che, in quanto produttrice, vuole cogliere le occasioni che il riposizionamento di grandi marchi con la creazione di linee più a basso costo offre ai vari produttori.

La buona redditività industriale e la solida generazione di cassa incoraggiano la ripresa dell’azienda. La posizione finanziaria netta, infine passa da un saldo negativo di 588 a uno di 315 milioni di euro con un patrimonio netto di 763,1 milioni di euro. La solidità patrimoniale del gruppo è dunque molto rafforzata.

Il rapporto conflittuale con gli storici soci della famiglia Tabacchi non sembra però essersi del tutto rasserenato. Circa un anno fa un impianto di Safilo a Precenicco (impianto oggi dismesso) era risultato irregolare: sembra che venissero trasformati in oggetti in made in Italy degli occhiali provenienti dalla Cina. Alla fine, riporta il Messaggero Veneto di qualche giorno fa, Vittorio Tabacchi, attualmente presidente onorario della Safilo, ha patteggiato una pena di 6 mesi di reclusione convertiti in 6.840 euro di ammenda.

Un’ammenda tanto ridotta da fare infuriare i sindacati della Cgil, della Cisl e i lavoratori che presidiano i cancelli dell’azienda e da fargli chiedere a gran voce una nuova legge sulla difesa del made in Italy. All’imprenditore in effetti è bastato cancellare il marchio “made in Italy” per ottenere il dissequestro della merce. In realtà Safilo, gigante mondiale delle montature per occhiali da sole e da vista non ha mai avuto gravissimi problemi industriali, a monte, però, i Tabacchi hanno rischiato di essere soffocati dai debiti tanto da dover cedere alla fine il controllo della società. Adesso i nuovi soci potrebbero avviare un nuovo corso in contemporanea a una ripresa che sembra incoraggiata dal recupero dell’export tricolore. Forse il ribasso dell’euro potrà incoraggiare una maggiore attenzione per la produzione italiana, di certo il gruppo ha i numeri per competere nello scenario attuale su tutti i mercati principali.

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Accordo Prima-Anima: nasce un nuovo protagonista del risparmio gestito

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Forse indipendente è un po’ eccessivo come aggettivo, soprattutto in tempi di Volcker Rule, tuttavia di certo il nuovo gestore da 41 miliardi di euro (a fine marzo) sarà un player importante. Il nuovo grande del risparmio gestito che potrebbe ereditare il nome di Prima d’altra parte era una necessità nel contesto di concentrazione del comparto a livello non solo italiano, ma europeo. D’altra parte che questo nuovo gestore sia indipendente dalle proprie banche azioniste (Bpm e Mps) e da una società di gestione come Clessidra molto attiva nel mercato italiano è tutto da dimostrare, anche se la pressoché equa ripartizione tra i tre azionisti delle quote lascia immaginare una certa indipendenza del management che sarà chiamato alla guida del nuovo gestore.

Al momento resta la necessità di contrastare i deflussi registrati dal mercato nell’ultimo periodo, almeno sul fronte di Anima. I dati di Assogestioni a giugno parlano di un deflusso per Anima di 437,1 milioni di euro, mentre Prima riesce a mantenere le posizioni con una raccolta positiva di 59,8 milioni di euro. Si parla ovviamente soltanto delle performance di raccolta dei fondi comuni, alle quali vanno aggiunte le masse non indifferenti delle gestioni individuali. L’intervento nel settore del risparmio gestito da parte di Bpm è però tutt’altro che improvvisato.

Già nel 2007 si parlava di ingresso in Anima, l’anno scorso si è conclusa con successo l’opa sulle minority della Sgr, di recente Anima ha concluso l’acquisizione di Etruria management fund aggiungendo alle proprie masse 318,2 milioni di euro (Banca Etruria ha una quota di poco inferiore al 3% di Anima) e dunque ora si procede a una fusione che garantisce una crescita delle masse gestite. Insomma lo sviluppo di queste attività è stato graduale ma deciso. Né nel frattempo Prima Sgr è rimasta con le mani in mano: l’ingresso nel gruppo di quattro nuovi manager a dicembre, seguito all’assegnazione della carica di vicedirettore generale e responsabile per il commerciale di Cristiano Busnardo lasciava già intravedere aria di cambiamento. Un cambiamento naturale in una società nata soltanto nel maggio del 2009 con un accordo tra Clessidra (al 67% del capitale) ed Mps.

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Danieli firma un contratto in Camerun, ma il settore dell'acciaio rimane in affanno

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La missione in Camerun di Adolfo Urso al fianco di 50 imprese italiane raccoglie già i suoi primi successi. Ieri, secondo quanto riportato da diversi giornali Danieli si sarebbe aggiudicata un contratto per la realizzazione di un’acciaieria da circa 35 milioni di euro. Per la Repubblica dell’Africa equatoriale si tratta di un salto di qualità che, con il nuovo impianto siderurgico potrebbe passare dalla semplice esportazione delle grandi quantità di minerali ferrosi di cui dispone, alla loro trasformazione industriale. Questo potrebbe porre le basi per lo sviluppo di un’altra economia capace di trattenere il valore aggiunto della lavorazione.

Si tratta però di un contratto importante anche per Danieli che subisce da diverso tempo la cattiva intonazione delle borse e le incertezze del settore dell’acciaio che sconta il rallentamento sostanziale della ripresa. Soltanto lo scorso 12 luglio Goldman Sachs ha declassato il titolo da buy a neutral alzando le proprie stime sull’utile e sull’ebitda del gruppo, ma esprimendo preoccupazioni sul mercato dell’acciaio in generale e sulla tenuta dei corsi della società italiana. Nel primo trimestre del 2010 il giro d’affari di Danieli è sceso da 2,29 a 1,66 miliardi di euro (-27%), ma i margini sono cresciuti tanto da portare l’utile (a confronto con il primo trimestre del 2009) a una crescita del 56 per cento. Nel periodo il carico ordini è cresciuto oltre i 3,49 miliardi di euro e il cda prevede per i prossimi due anni investimenti da circa 200 milioni di euro ma anche un calo medio del settore del plant making del 20/25 per cento. Condizioni di mercato difficili che potrebbero stressare i prezzi e dunque i margini di questa attività.

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Banche, il quadro grafico dei principali titoli

pubblicato da AleOne

Per la Borsa Italiana il comparto bancario pesa per un terzo circa del totale, anticiparne i movimenti equivale dunque ad approssimare con un buon grado di precisione l’andamento degli stessi listini. Guardiamo allora nello specifico quali siano le prospettive grafiche dei big del settore, ovvero Unicredit, Intesa Sanpaolo, Ubi Banca, Banco Popolare e Banca Mps, ovvero le banche italiane sottoposte agli stress test.

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