I prezzi delle commodities sono correlati in modo inversamente proporzionale al valore della moneta in cui sono espressi: quando il dollaro si apprezza (ovvero quando il grafico dell’euro dollaro scende) l’indice Crb, il benchmark utilizzato come riferimento del mondo delle merci, si deprezza, viceversa quando il dollaro perde di valore (quando il grafico sale) il Crb guadagna, questo almeno è quello che è successo di recente. Il legame tra i due strumenti è molto elevato: l’indice di correlazione calcolato su base annua negli ultimi due anni si è mantenuto, eccettuato un breve periodo tra agosto ed ottobre 2009, al di sopra della soglia di 0,8, molto vicino quindi al valore massimo teorico possibile di 1,0.
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I risultati del 2009 hanno avuto effetti opposti sulle performance di Saras e Geox. La prima ha chiuso la scorsa seduta con un ribasso del 6,39%, la seconda ha invece guadagnato il 9,43% al termine delle contrattazioni di venerdì scorso: difficile non attribuire ai fondamentali delle due società questi balzi in direzioni opposte.
Il gruppo Saras, la società dei Moratti che si occupa di raffinazione, ha aperto la sua prima seduta del 18 maggio 2006 a quota 5,4 euro, ma oggi vale circa 1,7 euro: ancora a inizio febbraio i Moratti sono stati ascoltati dal pm di Milano Luigi Orsi in merito alla vicenda che vede coinvolti JP Morgan, Morgan Stanley e Caboto nel "collocamento sospetto". Il prezzo per l’ipo di Saras era stato addirittura fissato a 6 euro e da quattro anni ormai si inseguono accuse di falso in prospetto e aggiottaggio.
L’ultima Caporetto di Borsa è però dettata dai risultati del 2009: l’esercizio si è chiuso con un calo dei ricavi del 39% a 5,3 miliardi di euro e una perdita da 54,5 milioni di euro. Non ha sorpreso dunque la decisione di non distribuire alcun dividendo e il conseguente calo del titolo in Borsa. Il calo della domanda di greggio come noto ha colpito i margini di tutti i raffinatori e solo una ripresa più decisa dell’economia potrà risollevare le sorti del settore. Sul piano grafico, l’attacco al supporto di quota 1,84 euro aveva già portato alla violazione di questo livello giovedì scorso; l’affondo a 1,66 euro con gap down in apertura durante l’ultima seduta della scorsa ottava ha solo aggravato una crisi già presente.
In direzione opposta si è invece mossa Geox che ha chiuso la seduta di venerdì scorso con un balzo del 9,43 per cento. La casa delle scarpe che respirano guidata da Mario Moretti Polegato ha chiuso il 2009 con ricavi in calo del 3% a 865 milioni di euro e con un utile rettificato in calo da 124 a 84,2 milioni di euro: se una società riporta però in un anno difficile il free cash flow da un saldo negativo per 10,7 milioni di euro a uno positivo per 120,6 milioni non può che suggerire una prossima forte ripresa del business. Il dividendo da 0,20 euro (contro gli 0,24 del 2008) conferma. Dal punto di vista grafico il titolo ha superato la soglia psicologica dei 5,00 euro che ospitava anche i massimi di fine 2009, nuovi allunghi potrebbero a questo punto impostare un doppio minimo in zona 4,3 euro con target in area 5,7: serviranno però nuove conferme in questa direzione.
Una cosa è certa, invece: Saras a Geox a inizio 2009 hanno preso strade decisamente diverse.
La decisione della Federal Reserve di alzare il tasso di sconto, quello applicato ai prestiti alle banche commerciali, dello 0,25% allo 0,75% ha preso di sorpresa i mercati finanziari, che tuttavia sembrano aver retto bene il colpo. La banca centrale Usa ha infatti chiarito che questa misura deve essere intesa come un primo passo verso la implementazione della “exit strategy” dalle politiche monetarie straordinarie e non come un segnale di cambiamento della politica monetaria, che rimane quindi accomodante.
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Stamattina Telecom Italia non partecipa ai recuperi di Piazza Affari e lascia sul parterre di Borsa Italiana circa un punto percentuale del proprio valore dopo i tre punti e oltre di ieri. A Fastweb va ancora peggio, perché oggi il titolo della compagnia della fibra ottica perde il 3,62% contro i 9 punti di ieri. Nel frattempo le cifre delle Phun Card, le carte a pagamento per l’accesso a siti di carattere erotico che venivano utilizzate per frodare il fisco e rimpolpare i conti delle due compagnie telefoniche, si fanno impietose: il numero degli indagati è salito a 85 dopo i 56 arresti dei giorni scorsi, la truffa si inserisce in un sistema di conti correnti e asset spalmati su 24 paesi dal Delaware ad Hong Kong, dalle Isole vergini britanniche agli Emirati Arabi Uniti. Ieri, come era prevedibile l’approvazione dei conti di Telecom Italia è passata in secondo piano, prima è stato necessario parlare di Telecom Italia Sparkle, la controllata a cui sono stati sequestrati 300 milioni di euro.
Franco Bernabè, l’attuale amministratore delegato del gruppo, ha sottolineato che il management di Sparkle di allora non lavora più in Telecom Italia, che Riccardo Ruggiero e Stefano Mazzitelli, insomma, non toccano più i bilanci. La situazione, però, appare ancora critica e il management di oggi ha chiesto tempo per valutare correttamente l’ordinanza ricevuta da Sparkle.
Nel frattempo i risultati preliminari anticipati da Telecom Italia confermano gli obiettivi proposti dal gruppo, anche se lasciano qualche perplessità su taluni aspetti. Il fatto che il comunicato sul bilancio del gruppo cominci con l’ebitda – in calo di 44 milioni a 11,3 miliardi di euro, ma con una marginalità sui ricavi in crescita di 2,2 punti percentuali al 41,7% - ribadisce il focus di Telecom Italia sulla redditività della società. Il debito si è ulteriormente ridotto a 34 miliardi di euro.
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La guerra di Sagrate continua. Si sono riaccesi nella prima udienza dell’appello i contrasti legali tra Fininvest e Cir in merito al Lodo Mondadori e al risarcimento da 750 milioni di euro che nel primo appello è stato riconosciuto alla società di De Benedetti. I legali del gruppo del biscione hanno presentato una nuova perizia in cui si sostiene che le operazioni compiute non hanno portato a un danno per le società di De Benedetti ma a un guadagno di 30 miliardi. La perizia è stata curata dai professori Roberto Poli e Paolo Colombo ma i legali di Cir hanno contestato nel merito e nel metodo le conclusioni dei due consulenti sostenendo che avrebbero falsato la realtà del caso e che le azioni Mondadori oggetto del lodo furono valutate in modo arbitrario. La decisione del giudice in merito, come comprensibile, è molto attesa dall’intera comunità finanziaria.
La guerra che ha costretto il gruppo Fininvest a una fidejussione da 806 milioni di euro non è però l’unico problema legale che assilla l’impero economico di casa Berlusconi e il capostipite Silvio attende oggi l’approdo in Cassazione, l’ultima “chance” per un’assoluzione del caso Mills. Come noto l’avvocato David Mills è stato condannato in primo e secondo grado a 4 anni e mezzo di carcere per corruzione giudiziaria. In particolare la Fininvest avrebbe pagato a Mills 600 mila dollari per non parlare in tribunale del proprio coinvolgimento nella struttura di conti esteri e società off shore che avrebbero coperto delle tangenti alla Guardia di Finanza e dei falsi in bilancio emersi nei filoni di indagine su All Iberian. Se i giudici della Cassazione rimandassero la decisione sul caso Mills alla corte di Appello, probabilmente scatterebbe la prescrizione che a cascata influenzerebbe la posizione di Silvio Berlusconi.
Nel frattempo ipotesi di stampa ipotizzano l’utilizzo dei trust (la cui introduzione in Italia è ancora allo studio) per la salvaguardia del patrimonio del premier e soprattutto dell’unità dell’impero che ruota intorno a Fininvest (Mondadori, Mediaset, Telecinco e vari altri asset ancora) che potrebbe essere messo a dura prova dalla separazione di Berlusconi da Veronica Lario e da possibili divergenze tra i vari figli del premier. Le sette holding di Casa Berlusconi (prima, seconda, terza, quarta, quinta, ottava e quattordicesima) sarebbero dotate di liquidità per 420 milioni di euro a cui sarebbero da aggiungere riserve per 890 milioni di euro e la liquidità detenuta a valle da Fininvest. Se la primavera dovesse portare qualche cattiva novità il gruppo, almeno finanziariamente, rimane attrezzato.

Quello che coinvolge Fastweb e Telecom è già un caso di dimensioni internazionali, ma rischia di avere conseguenze economiche e politiche di primo piano per il Bel Paese, nonostante la svizzera Swisscom sia da tempo il socio di controllo della compagnia della fibra ottica. Le dimensioni inevitabilmente politiche di quanto sta emergendo dalle indagini si possono riportare non solo all’arresto di Nicola di Girolamo, senatore Pdl già accusato di avere utilizzato l’appoggio della famiglia calabrese della ‘Ndrangheta Arena per essere rieletto nei seggi esteri e in particolare dalla città di Strasburgo, ma perché rischia di entrare nell’inchiesta anche il nome di Riccardo Ruggiero, ex presidente di Telecom Italia Sparkle e figlio dell’ex ministro degli esteri del Pdl Renato Ruggiero. A legami con ambienti politici riportano anche le frequentazioni di Gennaro Mokbel, misterioso personaggio che avrebbe collegato Nicola Di Girolamo alla famiglia degli Arena e che avrebbe gestito la complessa rete di cartiere in cui confluivano i fondi neri ingenti creati con il sistema del carosello.
In pratica un sistema di fatturazioni false avrebbe permesso di evadere imposte per oltre 365 milioni di euro e di creare veri e propri tesoretti esteri non dichiarati. Un mandato di cattura è stato emesso anche nei confronti di Silvio Scaglia, il fondatore di Fastweb (ai tempi e.Biscom) che si trovava in Sudamerica, ed è indagato pure Stefano Parisi, altro storico manager di Fastweb e attuale amministratore delegato del gruppo. Arrestato anche Stefano Mazzitelli, ex amministratore delegato di Telecom Italia Sparkle.
Il sistema utilizzato per creare credito d’imposta in Italia e fondi neri all’estero attraverso delle “cartiere” era quello del “carosello”, una delle frodi fiscali più diffuse. Soltanto nel primo semestre del 2009 sono stati scoperti e denunciati in Italia giri di fatture false con evasioni d’Iva per 1,5 miliardi di euro. I fondi neri creati tramite catene societarie in Italia e all’estero (fra queste ci sarebbero Acumen, I Globe, Telefox e Broker Management) rimpallavano tra i paradisi fiscali di mezzo mondo e sparivano.
Da dove venivano questi soldi? Da Iva che in realtà spariva all’estero mentre le società accumulavano crediti di imposta immotivati. Le cifre sono appunto enormi e adesso Fastweb e Tim Sparkle rischiano il commissariamento che è già stato chiesto dal pubblico ministero. Le due società controllano migliaia di chilometri di fibra ottica in giro per l’Italia e per il mondo: in gioco ci sono asset di primo piano della telefonia italiana.
Sia Fastweb che Telecom Italia si sono dichiarati parte lesa in questi procedimenti, né è del tutto nuova la notizia di queste indagini su un giro di fatture false: la stessa Swisscom ha ammesso di essere a conoscenza di queste inchieste quando rilevò il gruppo, qualche altra notizia in merito in passato era stata pubblicata. Adesso Swisscom chiede un chiarimento, con lei il mercato. Nuovi appaiono invece i possibili legami di personaggi coinvolti nella gestione dei fondi neri esteri di Telecom Italia Sparkle e Fastweb con la ‘Ndrangheta e nuova sembra anche l’entità degli importi dovuti allo Stato.
In attesa di un chiarimento Fastweb, la seconda compagnia telefonica italiana, cede in Borsa l’1,66 per cento. Telecom Italia e la sua controllata Telecom Italia Media cedono invece l’1,48 e l’1,82% a Piazza Affari. Ancora una volta la telefonia made in Italy è al centro di uno scandalo. I tempi della giustizia italiana lasciano ipotizzare lunghe attese ed esiti incerti e rendono di dubbia efficacia una sospensione dei titoli dalle contrattazioni: l’operatività dei gruppi interessati, d’altra parte, non pare ancora a rischio (specialmente nel caso di Telecom Italia). Detto questo non si può non osservare che il turbine di privatizzazioni e intercettazioni è finito persino in Carosello e che ancora una volta il futuro dei servizi di telefonia in Italia passa per un tribunale.
Oggi vi presentiamo ufficialmente il nostro nuovo blog dedicato ai migliori amici dell’uomo: Petsblog.it, che seguirà l’universo canino/felino dal punto di vista del padrone affettuoso. Fateci un giro e, se amate anche voi cani e gatti, dategli una spintina e aiutateci a farlo conoscere su Facebook tra i vostri amici!
Nel corso della settimana appena conclusa i principali indici di Piazza Affari hanno inviato segnali di ripresa convincenti. In particolare il ritorno del Ftse Italia All Share al di sopra dei 22000 punti può rappresentare un primo indizio di mutamento di scenario favorevole al rialzo.

Le continue tensioni sui mercati finanziari internazionali, le oscillazioni dell’euro e del dollaro, le incertezze sulla nuova mappa del potere mondiale all’indomani della crisi hanno messo sull’altalena anche le società del settore petrolifero. Ne risente anche la politica degli investimenti delle grandi oil company e quindi a catena i risultati dei “tecnici” del settore come Saipem. Dopo i balzi delle ultime sedute, il Wti ha ripiegato al di sotto degli 80 dollari.
Eppure i contrasti internazionali per l’accaparramento delle risorse negli ultimi giorni si sono moltiplicati. Basta ricordare le nuove perforazioni dell’Iran nel Mar Caspio che hanno irritato tutti i vicini dall’Azerbaigian alla Russia. Dall’altra parte del mondo le Isole Falkland sono ridiventate il centro di una crisi internazionale dopo che la britannica Desire Petroleum ha cominciato la perforazione del pozzo di Liz.
L’Argentina ha colto l’occasione per riaccendere il conflitto sulla sovranità in queste isole e Buenos Aires sembra che abbia ottenuto l’appoggio alle proprie rivendicazioni da parte di altri paesi sudamericani. Diversi interrogativi nascono però anche all’interno dell’industria: la domanda cinese riuscirà a contrastare la crisi della raffinazione? Il ciclo attuale degli investimenti riuscirà a soddisfare le esigenze di una platea di consumatori che dopo la crisi potrebbe espandersi a dismisura? Nel frattempo anche l’italiana Saipem viene influenzata da un contesto ancora fluido e incerto.
L’ultima grande novità del settore è quella della maxiofferta di Schlumberger per Smith International: alle indiscrezioni della fine della scorsa settimana è seguita una conferma ufficiale da parte delle due società. Un accordo carta contro carta sancisce la fusione fra le due compagnie del settore dei servizi petroliferi e valuta 45,84 dollari ogni titolo Smith facendo schizzare i prezzi in Borsa.
Si tratta forse della più grande operazione del settore dei servizi petroliferi registratasi negli ultimi anni nel mondo del greggio a stelle e strisce: dovrebbe nascerne un colosso da oltre 31 miliardi di dollari di ricavi con sinergie pre imposte che potrebbero raggiungere i 320 milioni di dollari nel 2012. Nonostante lo scambio azionario il mercato ha reagito alla novità e ieri Saipem è riuscita a guadagnare terreno grazie alla valutazione dei multipli sottintesi nel merger americano: nel 2012 la nuova società Usa dovrebbe avere un ev/ebitda di circa 6,6 contro i 6,5 previsti per Saipem nel 2011. Le sfide per il futuro non mancano, soprattutto nel campo della tecnologia.
Quello che ha preoccupato molti analisti a fine 2009 è stato il deterioramento degli ordinativi registrato dalla società italiana: i livelli pre-crisi dovrebbero essere recuperati soltanto nella seconda metà di questo esercizio. Nonostante gli investimenti per diversi miliardi di euro nell’ultimo triennio anche i prossimi anni richiederanno nuovi capitali. Negli anni a venire i capex dovrebbero scendere ancora, ma il loro livello rimane elevato. Il titolo da marzo a oggi ha messo a segno un recupero di tutto rispetto passando da 11 a oltre 25 euro: proprio sulla barriera dei 25,3 euro si sono però impigliati i prezzi nel corso di questo 2010 e, senza uno scatto più deciso oltre l’ostacolo, il rischio di ritracciamenti anche consistenti si fa ogni giorno maggiore, come dimostrano anche gli affondi di inizio febbraio a 22,61 euro. Una rinnovata attenzione del mercato e una maggiore visibilità degli investimenti futuri in campo petrolifero a livello globale potrebbero senz’altro regalare più sprint ai corsi in questo momento di incertezza.

Il 2009 di Bpm è terminato con utile netto di 123 milioni di euro a fronte di un utile da 75,3 milioni di euro realizzato nel 2008. Certo questo non era stato un anno facile e la ripresa dei mercati nel 2009 ha sicuramente incoraggiato le performance della banca meneghina, tuttavia la Bpm è ancora ben lontana dal potersi definire in una situazione stabile e, nel bene e nel male, ha senz’altro diverse sfide davanti.
La Popolare di Milano, per esempio, risente dei bassi tassi d’interesse che hanno compresso il margine corrispondente come per tutto il comparto bancario, la sua esposizione nei confronti delle piccole e medie imprese rappresenta inoltre un punto importante sul quale il management si concentra nel mezzo di grandi manovre che stanno ampliando il perimetro delle attività del gruppo. Il tutto in un momento in cui la tensione su una corretta patrimonializzazione è massima, come dimostra anche l’utilizzo di Tremonti bond per 500 milioni di euro.
Va evidenziato che nell’ultimo trimestre il gruppo ha dovuto sostenere degli investimenti una tantum che hanno penalizzato la redditività immediata dell’istituto: 140 milioni di euro connessi al Fondo di Solidarietà e le manovre su Anima hanno condizionato i risultati passati da 184 milioni di euro nei primi nove mesi a 123 a fine anno. L’impegno nel settore del risparmio gestito ha portato però in pancia alla banca Anima che già gestisce 23,2 miliardi di euro di asset e sicuramente acquista un peso sempre maggiore nel quadro delle attività di Bpm. Il nuovo piano prevede la massa gestita arrivi a 29 miliardi di euro entro il 2012 (+7,8%) e dunque nuove sfide per Anima.
A fine anno proprio le sottoscrizioni del Tesoro sembra che abbiano portato il peso del capitale primario sugli Rwa al 7,9% entro il 2012, però, il piano industriale annunciato prevede una riduzione di questo indicatore al 7,2%, anche se per quella data l’utile del gruppo dovrebbe crescere del 45,5% su quello dell’ultimo esercizio e il costo del credito scendere di 30 punti base allo 0,75 per cento. Molto prima del 2012, ma probabilmente non prima della fine dell’estate, il gruppo dovrebbe riuscire a trovare il nuovo partner assicurativo dopo lo scioglimento della partnership su Bipiemme Vita con Fondiaria Sai: i nomi che circolano sono quelli di Generali, di Cattolica, Allianz e Axa.
Bpm ha pagato 121 milioni di euro ai Ligresti per il 51% della jointventure nella bancassurance e appare verosimile dunque che voglia ottenere il più possibile dal nuovo partner: questo suggerisce al management di vagliare con attenzione le varie offerte. D’altra parte il nuovo piano industriale della banca prevede una raccolta da premi vita a 873 milioni di euro entro il 2012 con un cagr del 15% che sarà un obiettivo sfidante al quale si dovrà lavorare da subito con il nuovo partner.
I cambiamenti sono anche meno rumorosi a Milano come avvenuto per l’assorbimento della divisione private nella capogruppo o nelle operazioni su Webank divenuta banca e concentrasi sul gestito che è cresciuto (in termini di raccolta) nel 2009 del 15 per cento. Il mercato del credito al consumo dovrebbe inoltre fornire ulteriori spunti con Pro Family e proiettare anche la banca meneghina su questo business. Di certo fra tante novità sarà difficile non incontrare qualche problema; di certo, tenuta della patrimonializzazione e ripresa del mercato dei mutui e dei prestiti alle imprese (vero core business del gruppo) saranno ancora le stelle polari di questo prossimo impegnativo triennio.