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La carica delle Ipo nel 2012: Facebook e gli altri

Pubblicato da alessandro condina


Il 2011 è stato un anno dalla doppia faccia per quanto riguarda i collocamenti in Borsa: i primi sei mesi sono stati all’insegna dell’entusiasmo e della fiducia con un aumento delle Ipo; poi però ci si sono messi il terremoto e lo tsunami in Giappone, la crisi del debito in Europa e l’abbassamento del rating degli Stati Uniti, così la seconda parte dell’anno - contrariamente al solito - è stata povera di nuovi debutti.

D’altro canto le società tecnologiche hanno riscoperto il brivido dell’Ipo e finalmente gli investitori sono tornati a puntare su Internet dopo essersi ripresi dallo scoppio della bolla tecnologica nel 2001. Sul Nasdaq sono arrivati titoli attesi e desiderati come LinkedIn, Groupon e Zynga; quindi i nomi di grande richiamo hanno risentito solo marginalmente del rallentamento.

Per quanto riguarda questo 2012 appena cominciato, quindi, le prospettive sono incerte quasi per tutti, salvo la tanto attesa Ipo di Facebook che dopo annunci, smentite, passi indietro e collocamenti azionari privati sembra pronto a sbarcare in Borsa entro la primavera.

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Crisi del debito: che cosa insegna l'Argentina

Pubblicato da alessandro condina


Il 2011 che si sta per chiudere ha insegnato a molte persone il significato di alcune parole finora sconosciute o a stento sentite pronunciare in passato: bond, spread, bailout. La crisi del debito sovrano ha investito e quasi travolto la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo poi il contagio si è allargato alla Spagna e all’Italia, i cui titoli di stato sono stati messi sotto pressione. L’ultima asta dei Bot è stata un successo, ma l’Italia rimane un sorvegliato speciale, mentre Francia e Germania non possono stare tranquille.

Il settimanale tedesco Der Spiegel ha deciso di andare a controllare come sta adesso qualcuno che è già passato da una crisi del debito, è finito in bancarotta e ha dovuto attraversare dieci anni di purgatorio prima di tornare alla crescita: l’Argentina.

In pochi, credo, hanno dimenticato lo scandalo creato anche in Italia dai bond argentini, i cosiddetti tango-bond, che parecchie banche avevano rifilato a ignari investitori - comprese vecchiette e pensionati - inconsapevoli di mettere i propri miseri risparmi su un prodotto ad alto rischio. Il rischio poi si avverò, nel 2001 l’Argentina, stretta da una crisi terribile di liquidità, dovette svalutare il suo peso, che era legato al dollaro, smise di pagare i debiti e tagliò stipendi pubblici e investimenti.

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Yahoo da vendere o da tenere in portafoglio?

Pubblicato da alessandro condina


Ma che sta combinando Yahoo? Le ultime mosse di una delle aziende decane di Internet - una delle poche sopravvissute all’ondata che travolse le prime dot.com - hanno spiazzato analisti e investitori e suscitato più di un dubbio sul futuro dell’intero gruppo e sul posizionamento strategico deciso dal consiglio di amministrazione.

A quanto pare - secondo le prime indiscrezioni diffuse da Bloomberg - il cda guidato dal nuovo Ceo sta prendendo in considerazione l’idea di ridurre la quota maggioritaria che Yahoo detiene in Alibaba, la più grande società di e-commerce attiva in Cina: la partecipazione potrebbe scendere dall’attuale 40% al 15% almeno, coinvolgendo alcune società di private equity. In questa direzione andrebbe anche la cessione di Yahoo Japan.

Nel 2005 Yahoo aveva acquisito la sua partecipazione in Alibaba al prezzo di un miliardo di dollari e adesso valuta la vendita delle sue attività asiatiche a circa 17 miliardi, da realizzare con un complicato meccanismo societario in modo da risparmiare sulle tasse. Sarebbe di certo uno straordinario capital gain, ma - dal punto di vista strategico - quale sarebbe il piano di Yahoo?

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Il 2011 della finanza: come sono andate le Ipo dei tecnologici

Pubblicato da alessandro condina


Il 2011 è stato senza dubbio l’anno dei titoli tecnologici o meglio l’anno del ritorno dei tecnologici al centro dell’attenzione, specialmente per quanto riguarda il debutto sul listino. Solo per restare ai più noti, il Nasdaq ha visto arrivare titoli attesi da molto tempo, mesi e forse anni, come LinkedIn, Groupon e Zynga e altri che hanno conquistato rapidamente titoli di giornale e attenzione da parte del pubblico, come Pandora e Angie’s list.

I tecnologici, insomma, e in particolare le aziende che operano su Internet hanno riconquistato visibilità e in molti casi sono stati le vere e proprie star degli scambi, in attesa dell’Ipo più annunciata e chiacchierata degli ultimi (dieci?) anni, quella di Facebook. Ma com’è andato quest’anno di contrattazioni e che risultati hanno raggiunto le aziende che hanno debuttato nel 2011?

Le quotazioni vanno bene per LinkedIn, sbarcata sul listino il 19 maggio a un prezzo di 45 dollari per azione, che valutava l’azienda 4,25 miliardi di dollari. Il primo giorno di contrattazioni l’apertura è stata a 83 dollari, per poi raggiungere un picco a 122 dollari e chiudere a 94,25. Adesso le azioni LinkedIn valgono 62,87 dollari, circa il 40% in più rispetto al prezzo del collocamente; ma certo, chi ha acquistato sui massimi non può gioire, visto che rispetto ai 122 dollari, il titolo ha perso quasi metà del suo valore. Per adesso però si mantiene fra le migliori matricole del Nasdaq.

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Il New York Times dà a Mario (Draghi) quel che è di Mario

Pubblicato da alessandro condina


Chi può salvare le banche europee e di conseguenza rilanciare l’economia e sanare gli equilibri monetari dell’intera Unione Europea? C’è un uomo che, forse, può farlo e che ha già mosso le sue pedine per ottenere un risultato concreto restando all’interno del mandato assegnatogli, senza bisogno di un intervento politico, che si è dimostrato una chimera.

Quest’uomo è il presidente della Bce, Mario Draghi, di cui il New York Times celebra la concretezza (una banca centrale “che fa ciò che serve”, titola il quotidiano americano) e soprattutto la capacità di visione lungimirante, al punto da non essere capito subito.

Quando l’8 dicembre, infatti, Draghi ha annunciato il piano di prestiti alle banche a lungo termine e a bassissimo tasso (l’1%), in pochi avevano colto la portata di questa iniziativa, che come abbiamo appena visto è stata accolta con entusiasmo dalle banche europee, che per tre anni avranno a disposizione liquidità a bassissimo costo: già chiesti a Francoforte ben 500 miliardi.

Con questa mossa Draghi mette una pezza alla crisi dei debiti sovrani in Europa, pone le basi per rilanciare la crescita economica e può vantarsi - in praticolare con la Germania - di non aver violato le regole europee e di essersi attenuto con rigore al mandato della Bce.

Un capolavoro di strategia, che sulle prime era stato tralasciato da molti cronisti, impegnati più a raccogliere le dichiarazioni estemporanee del presidente della Bce che a capire ciò che Draghi stava annunciando; solo Scalfari su Repubblica aveva dato molto peso a quell’annuncio e aveva spiegato gli effetti positivi che ne sarebbero nati.

Le banche infatti avranno a disposizione un fiume di liquidità, portando a garanzia anche i bond statali purché il loro rating non sia “spazzatura”: se ne gioveranno sia i bilanci statali, poiché le banche saranno invogliate ad acquistare o mantenere titoli di stato dell’area Euro, e se ne gioveranno le stesse banche, su cui pesavano e pesano i capitali investiti in bond in euro.

Per di più, tutta questa liquidità può - e deve - servire a rilanciare l’economia, a ridare fiato alle imprese e risorse alle famiglie. Chi ha avuto molto (le banche) deve impegnarsi a fornire benzina alle realtà produttive dell’Europa. Per di più guadagnandoci! perché le banche prenderanno denaro al’1% e lo cederanno con tassi dal 3,5 al 5 per cento, lucrando la differenza.

Ma perché quindi nonostante l’intervento della Bce i mercati non hanno brindato ai prestiti concessi dalla Bce? Innanzitutto bisogna verificare che gli istituti di credito usino i soldi extra per iniziative efficaci e utili all’economia europea. E poi Draghi non è un guru con la bacchetta magica. Con la sua mossa ha offerto gli strumenti per affrontare la crisi: usarli, e farlo bene, è una faccenda delle banche e dei governi nazionali.

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condividi condividi 0 commenti martedì 27 dicembre 2011

L'informazione finanziaria sulle Ipo: non si parla di profitti?

Pubblicato da alessandro condina


Circa dieci anni fa avvenne con le prime società attive su Internet: portali, produttori di software, siti di informazione. Bastava avere a che fare con la Rete per finire sotto i riflettori e ricevere un trattamento da cinque stelle sui mezzi di informazione, compresi quelli finanziari. Le aziende che decidevano di sbarcare in Borsa e avevano nel nome un www o una “e” minuscola (abbreaviazione di electronic) si trovavano una strada spianata.

Come tutte le mode peggiori, ovviamente anche questa attecchi rapidamente anche da noi: e così Seat Pagine Gialle, all’epoca, acquisto Buffetti solo perché aveva un bellissimo sito internet (così racconta la pubblicistica) e fra i tecnologici - sul poco fortunato listino Numtel - fu un fiorire di ePlanet, eBiscom, e altri cloni di eBay.

Adesso sembra di essere tornati a quell’epoca, con la differenza che non si parla più di connessioni o portali o motori di ricerca, ma di social network: basta operare su Internet e attivare qualcosa di vagamente social (anche molto vagamente, come nel caso di Gorupon) per guadagnarsi titoli sui giornali, copertine di riviste e in genere buona stampa.

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Baidu: una rischiosa opportunità di investimento

Pubblicato da alessandro condina


Siete amanti del rischio a caccia di opportunità senza temere le variabili negative? Allora provate a dare un’occhiata a Baidu, il più grande motore di ricerca cinese, quotato in Borsa al Nasdaq, e alle sue prospettive di crescita, come invita a fare Seeking Alpha.

In pratica Baidu è il corrispettivo cinese di Google e può già contare, oltre al software di ricerca, su una serie di altri servizi online come Baidu Union, che raccoglie siti internet e programmi di terze parti. Il core-business, però, è proprio la ricerca online, mentre il fattore lingua - Baidu fornisce risultati in cinese e offre anche una versione in giapponese - è un’arma formidabile nella concorrenza con servizi simili come Google.

Baidu, infatti, mantiene una quota di mercato del 70% in Cina e può continuare a crescere. Per adesso i cinesi che navigano in Rete sono circa 480 milioni - più di qualsiasi altro paese al mondo - ma sono solo una percentuale minoritaria della popolazione, solo il 36% del totale. Negli Stati Uniti per contro il 78% degli abitanti possiede una connessione Internet e già questo dà la misura del potenziale di crescita.

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Mulberry punta al lusso globale con un manager di Hermes

Pubblicato da alessandro condina


Puntare sul lusso per i propri investimenti? In tempi di crisi è difficile che i super-ricchi soffrano davvero come la classe media e dunque, messi da parte gli occasionali richiami alla frugalità e alla moderazione, le vendite dei beni di lusso non dovrebbero patire brusche riduzioni. In questo settore vale la pena dare un’occhiata a un titolo britannico che non è molto noto qui da noi - e in genere al di qua della Manica - ma che promette molto bene.

Il marchio Mulberry, che proprio nel 2011 ha festeggiato i propri 40 anni di vita, soprattutto negli anni Settanta è stato sinonimo di moda all’inglese all’indomani dell’epoca d’oro della Swinging London, soprattutto con le sue borse di pelle dai colori accesi e dalle stampe animalier. La società ha prima recuperato lo smalto dei tempi migliori in patria, sotto la guida dell’amministratore delegato Godfrey Davis, che ha concentrato l’attività sulle borse di pelle e ha puntato sulle celebrities; adesso si prepara a fare il grande salto e partire alla conquista del mercato mondiale del lusso.

Non è un caso che alla fine di una ricerca durata un anno, la società abbia scelto il nuovo Ceo che sostituirà proprio Davis, destinato a un ruolo di presidente senza cariche operative: il prescelto è Bruno Guillon, attuale managing director di Hermes. Una decisione che, secondo molti osservatori, prelude proprio a una strategia più aggressiva a livello globale per sfruttare le potenzialità ancora non valorizzate del marchio Mulberry.

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Troppi ostacoli: At&T rinuncia ad acquistare T-Mobile

Pubblicato da alessandro condina


Affare fallito e una penalità da pagare per At&T. Il colosso americano della telefonia ha rinunciato ufficialmente ad acquisire T-Mobile, l’operatore telefonico mobile controllato da Deutsche Telekom: l’offerta da 39 miliardi di dollari era stata presentata a marzo, ma aveva subito attirato l’attenzione delle autorità americane sulle comunicazioni e alla fine il risultato è stato il fallimento del progetto.

In caso di successo At&T sarebbe diventato il primo operatore mobile negli Stati Uniti con una netta distanza sui concorrenti e le due società avevano cominciato anche a diffondere cartelloni pubblicitari con i due loghi congiunti; da subito, però, la Federal Communications Commission aveva sollevato dubbi e aperto immediatamente un’istruttoria sull’operazione.

Eppure i vertici di At&T - in particolare il Ceo Randall Stephenson - erano così sicuri di ottenere un via libera che avevano offerto a Deutsche Telekom una specie di clausola di sicurezza: in caso di decisione negativa da parte delle autorità la compagnia americana avrebbe pagato una penale da 4 miliardi di dollari, che adesso finiranno nelle casse tedesche, ma non saranno sufficienti a consolarli per la mancata cessione.

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Coca-Cola, Pepsi e P&G, caccia ai titoli affidabili e remunerativi

Pubblicato da alessandro condina


La crisi del debito sovrano non è ancora dietro le nostre spalle, ieri le parole del governatore della Bce Mario Draghi - che ha preannunciato ancora tempi duri - hanno depresso gli investitori e provocato un calo su tutti i listini finanziari, le prospettive dell’Eurozona sono incerte e l’economia americana non brilla. In un quadro del genere non è facile decidere su quali titoli puntare per guadagnare qualcosa o almeno limitare i danni.

Come al solito in un’ottica difensiva, senza pretendere di moltiplicare il proprio capitale, ma con l’obiettivo di stare tranquilli si può decidere di puntare su titoli di aziende mature, multinazionali con una presenza mondiale- quindi meno soggette all’andamento negativo di qualche mercato specifico - e rivolte a un mercato di massa. L’ottica è quella di acquistare e tenere in portafoglio le azioni per un periodo medio/lungo, magari beneficiando di una politica generosa sui dividendi.

Fra i titoli che rispondono a queste caratteristiche, non si possono dimenticare colossi come PepsiCo, Coca-Cola e Procter & Gamble, protagonisti della grande distribuzione e capaci di perpormance rassicuranti anche in un orizzonte temporale ampio. Investire su questi titoli può consentire di prendere pochi rischi e al tempo stesso difendere il proprio capitale dall’inflazione più efficacemente di quanto si farebbe puntando su titoli di stato tedeschi o americani, i cui rendimenti sono davvero troppo bassi anche solo per conservare il capitale investito.

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