
Può succedere che una banca d’affari come Jp Morgan perda 2 miliardi di dollari in sei settimane in operazioni di trading ad alto rischio: il problema è che nell’ultima occasione, ammessa dall’amministratore delegato Jamie Dimon, il colosso americano ha scelto il momento meno opportuno dal punto di vista d’immagine per la sua reputazione e quella dell’intero settore bancario.
Giovedì, infatti, JPMorgan Chase & Co ha annunciato che aveva avuto 2 miliardi di dollari di perdite nel trading in sei settimane relativi a titoli di credito di sintesi, ma proprio questa settimana era fissata un’audizione al Congresso sulla Volcker Rule a proposito delle banche: in quella sede Paul Volcker stesso ha sostenuto che la norma che porta il suo nome deve essere raffrozata sulle operazioni rischiose gestite dalle banche di grandi dimensioni.
Dimon ha esercitato forti pressioni per indebolire l’iniziativa, ma la sua ammissione di una perdita così consistente ha giocato a suo sfavore, tanto che poco dopo l’annuncio il senatore Carl Levin ha spiegato che “l’enorme perdita JP Morgan annunciata oggi è solo l’ultima prova che quello che le banche chiamano ‘copertura’ sono spesso scommesse rischiose che si permettono gli istituti contando sul principio del ‘too big to fail”.
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Le banche italiane sono state le prime a ribellarsi e protestare contro le nuove regole imposte dall’Eba, l’Autorità bancaria europea: in base ai nuovi criteri di capitalizzazione gli istituti di credito italiani dovrebbero raccogliere oltre 15 miliardi di euro per far fronte ai rischi legati alla crisi del debito; ma l’Abi ha contestato le valutazioni europee e la stessa Banca d’Italia sostiene che i gruppi italiani sono già attrezzati per superare la congiuntura.
A leggere Blooomberg, però, si capisce come le richiesta dell’Eba rischino di mettere in ginocchio l’intero settore bancario e, invece di rafforzare le banche europee, possano addirittura indebolirle, costringendole a vendere “i gioielli della corona” per ottemperare alle richieste del regolatore.
I più grandi gruppi bancari europei, a cominciare da quelli francesi e spagnoli, si preparano a vendere i pezzi più pregiati, cioè le controllate più redditizie e i rami d’azienda che fanno più utili: l’obiettivo è fare cassa e ottenere il risultato richiesto nel modo più semplice e rapido. Così facendo, però, rafforzano solo apparentemente la loro patrimonializzazione, mentre in realtà si indeboliscono e perdono l’opportunità di crescere quando l’economia riprenderà a correre.
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Nel giorno del tracollo dell’Italia, con i titoli di stato emessi dal Tesoro italiano affondati sotto uno spread di oltre 550 punti base rispetto ai Bund tedeschi, la Borsa di Milano ha subito un pesante tracollo (l’Ftse Mib ha perso il 3,78%, pericolosamente vicino ai 15000 punti) e fra i titoli più sotto pressione si è distinta in negativo Unicredit.
La conglomerata italiana sconta di certo la bufera che si è scatenata sui Btp in seguito all’annuncio ambiguo di Berlusconi: dimissioni annunciate e promesse, ma non rassegnate concretamente. Ma Unicredit, più di altri titoli bancari, è sulla graticola anche per motivi interni.
Anche in seguito alla crisi del debito sovrano in Europa - e in seguito alle numerose acquisizione che hanno fatto della banca italiana uno dei bi player europei del settore - Unicredit è in difficoltà sotto il profilo della capitalizzazione, come molte altri istituti italiani eccetto (fra i maggiori) IntesaSanpaolo, e probabilmente dovrà chiedere ai soci di mettere mano al portafogli e partecipare a un aumento di capitale. Ma c’è di più.
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