
Non poteva che finire così: monsier Arnault, patron del colosso francese del lusso Lvmh, si prende anche Bulgari, il terzo gruppo al mondo nella gioielleria quotato alla Borsa di Milano, e rafforza la gamma delle griffe che controlla sotto il proprio ombrello. Dopo l’acquisizione del pacchetto di maggioranza dalla famiglia Bulgari, entro la fine di maggio Lvmh lancerà un’Opa totalitaria sul titolo a 12,25 euro per azione, tutti in contanti, per un totale di 4,3 miliardi di dollari: un premio del 61% rispetto alla chiusura di venerdì a 7,59 €.
E infatti ieri in Borsa Bulgari è schizzato in alto, avvicinandosi di molto al prezzo dell’Opa che comunque dovrebbe premiare anche i piccoli azionisti, tanto che diversi analisti consigliano di aderire all’offerta francese: il titolo ha chiuso a 12,1 euro ed è passato di mano il 21,9% del capitale con 66,2 milioni di azioni scambiate, contro una media di 1,4 milioni.
Al termine di una trattativa che era rimasta segreta, Bertrand Arnault - che alla fine degli anni Novanta fu respinto nella sua scalata a Gucci e fino alla settimana scorsa aveva provato invano a conquistare Hermès, con un corteggiamento rifiutato dalla famiglia controllante - aggiunge “un nuovo gioiello alla sua corona” come scrive il Financial Times con una metafora decisamente azzeccata.
La famiglia Bulgari, che dal capostipite Soterios Bulgaris controlla la società nata a Roma 127 anni fa, insieme all’ad Francesco Trapani cede a Lvmh il proprio 50,4%, ma Arnault pur di conquistare il gioiello romano ha messo sul piatto un’offerta senza precedenti: il pacchetto di controllo sarà pagato in azioni proprie, così gli italiani avranno il 3,5% di Lvmh e diventeranno il secondo azionista del gruppo, dietro lo stesso Arnault che comunque mantiene il 46,5% circa.
Il gruppo francese emetterà 16,5 milioni di azioni a favore dei Bulgari e di Trapani con un concambio di 0,108407 nuove azioni Lvmh per ogni titolo Bulgari. Paolo e Nicola Bulgari rimarranno per sei anni presidente e vicepresidente di Bulgari Spa, cui è stata garantita autonomia all’interno del gruppo che comprende in primis la griffe Louis Vuitton, lo champagne Moet et Chandon e Hennessy, oltre a un ventaglio di altri marchi, fra cui Dior, Fendi, Berluti, Emilio Pucci, Marc Jacobs, Kenzo.
Francesco Trapani, invece, farà parte del consiglio di amministrazione LVMH e sarà responsabile della divisione orologeria: con questa acquisizione, che è la più importante degli ultimi 10 anni, Vouitton punta a raddoppiare a 2 miliardi il proprio giro d’affari nel settore gioielli e orologeria che in questa periodo si dimostra il più vitale nel comparto del lusso. Bulgari è stata valutata generosamente, ma è pur sempre il terzo gruppo mondiale della gioielleria dietro Cartier e Tiffany: probabilmente i francesi contano di poter valorizzare maggiormente il marchio e poter creare sinergie con le aziende che già controllano.
Un altro pezzo di made in Italy finisce in mani francesi, ma dal punto di vista della famiglia Bulgari - che comunque non esce dal mondo del lusso e della finanza - meglio essere un gioiello sulla testa del re del lusso, che rimanere un po’ in periferie; d’altro canto è dai tempi della guerra su Gucci e poi dello scontro per Fendi - che vide Prada alleata con Arnault e contro i fiorentini della doppia G - che è stata evidente l’assenza in Italia di un gruppo nazionale capace di fare da aggregatore.
Sarà l’arretratezza del capitalismo tricolore, sarà la miopia delle banche investitrici, sarà che non abbiamo i capitali, sarà che non siamo capaci di fare sistema e preferiamo restare divisi (”perché non siam popolo, perché siam divisi” cantava non a caso Goffredo Mameli), fatto sta che dopo lo smantellamento dell’alimentare, in cui i francesi si sono dimostrati infinitamente più abili di noi a fare sistema e creare grandi gruppi, anche nel lusso la nostra ininfluenza, almeno finanziariamente parlando, è conclamata. Allora meglio che Bulgari sia gestita dai francesi: la faranno crescere di più e meglio che se finisse in pasto a un finanziere delle nostre parti.