
La banca non fa utili e le azioni crollano? Paga il massimo dirigente. Così, almeno, hanno deciso a Crédit Suisse Group Ag, che ha dimezzato i compensi del Chief executive officer Brady Dougan. L’hanno scorso gli utili del gruppo sono crollati del 62 per cento e le sue azioni hanno perso il 41 per cento, per il disastro delle attività di investment banking.
Tra stipendio base, benefit e premi azionari Dougan ha comunque incassato 6 milioni e 370mila dollari, come riconoscimento per il suo intervento sulla realizzazione delle strategie a lungo termine e il posizionamento della compagnia. Una cifra di tutto rispetto che ha attirato comunque critiche per l’entità dei compensi.
Nel 2010 Dougan ha incassato 12,8 milioni di franchi svizzeri nel 2010, circa 14 milioni di dollari, mentre nel 2011 il capo della società di asset management della banca, Robert Shafir, ne ha ottenuti 9,3 per aver registrato un aumento del 10 per cento dei profitti al lordo delle imposte. L’azienda ha motiva così il taglio “Questo livello di salario riflette l’andamento finanziario rispetto all’anno precedente e la quotazione più bassa e riconosce anche l’intervento di mr Dougan sull’esecuzione della strategia di lungo termine e il posizionamento dell’azienda in un ambiente industriale in evoluzione”.
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Tempi bui in vista per gli hedge fund? Fino all’anno scorso sembrava che i fondi speculativi fossero in grado di superare qualsiasi crisi, finanziaria economica valutaria, qualunque cosa accadesse ai mercati nella loro complessità. Persino dopo il crollo spaventoso del 2008 che ha messo in difficoltà e ha costretto a chiudere molti hedge, il business nel suo complesso si è ripresa velocemente e l’anno scorso i capitali investiti hanno raggiunto un massimo storico di 2 trilioni di dollari.
Nel 2011 però si è manifestata in pieno la debolezza degli hedge fund, che in media sono scesi del 5%; quelli specializzati nel settore azionario sono scesi addirittura dell’8%. Anche colossi come il fondo del miliardario John Paulson hanno lasciato sul terreno somme impressionanti, mentre lo S&P 500 metteva a segno un rialzo del 2%. Risultato: molti investitori hanno cambiato cavallo.
Secondo un’analisi condotta da Hedge Barclays e TrimTabs, solo a gennaio gli investitori hanno ritirato dagli hedge fund 15,2 miliardi di dollari, il flusso più alto dalla crisi del credito nel gennaio 2009. Ma se le cose non migliorano c’è il rischio che questo sia solo l’inizio e che la grande fuga porti via dagli hedge buona parte delle risorse con cui esercitano la loro speculazione.
Continua a leggere: Wall Street 2012: la grande fuga dagli hedge fund?

In tempi di vacche magre e di piani di austerità i compensi stratosferici dei manager, le retribuzioni da favola e i bonus milionari, specialmente quelli pagati ai dirigenti delle grandi istituzioni finanziarie, sono ancora più stridenti: da un lato migliaia di persone, di semplici dipendenti, perdono il loro lavoro e vengono mandate a casa per esigenze di riduzione dei costi, dall’altro le società - a volte persino quelle salvate grazie all’intervento pubblico - insistono a strapagare i vertici aziendali.
Fa notizia quindi che un amministratore delegato, a capo di uno dei più noti e antichi gruppi bancari, rinunci a un bonus da 2,4 milioni di sterline, cioè 2,9 milioni di euro, cui avrebbe avuto diritto per il 2011: è la decisione sorprendente di Antonio Horta-Osorio, Chief executive officer di Lloyds Banking Group.
Il banchiere portoghese è alla guida del gruppo inglese da marzo dell’anno scorso, ma verso la fine dell’anno ha goduto di un paio di mesi di pausa, a causa di una forma di insonnia legata allo stress da super lavoro; nonostante questa assenza avrebbe avuto diritto al bonus da 2,4 milioni di sterline, oltre al salario da 1,06 milioni, ma al rientro sul posto di lavoro ha comunicato al cda che avrebbe rinunciato all’incentivo.
Continua a leggere: Sorpresa: un banchiere che rinuncia a 2,9 milioni di bonus

Il 2011 che si sta per chiudere ha insegnato a molte persone il significato di alcune parole finora sconosciute o a stento sentite pronunciare in passato: bond, spread, bailout. La crisi del debito sovrano ha investito e quasi travolto la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo poi il contagio si è allargato alla Spagna e all’Italia, i cui titoli di stato sono stati messi sotto pressione. L’ultima asta dei Bot è stata un successo, ma l’Italia rimane un sorvegliato speciale, mentre Francia e Germania non possono stare tranquille.
Il settimanale tedesco Der Spiegel ha deciso di andare a controllare come sta adesso qualcuno che è già passato da una crisi del debito, è finito in bancarotta e ha dovuto attraversare dieci anni di purgatorio prima di tornare alla crescita: l’Argentina.
In pochi, credo, hanno dimenticato lo scandalo creato anche in Italia dai bond argentini, i cosiddetti tango-bond, che parecchie banche avevano rifilato a ignari investitori - comprese vecchiette e pensionati - inconsapevoli di mettere i propri miseri risparmi su un prodotto ad alto rischio. Il rischio poi si avverò, nel 2001 l’Argentina, stretta da una crisi terribile di liquidità, dovette svalutare il suo peso, che era legato al dollaro, smise di pagare i debiti e tagliò stipendi pubblici e investimenti.
Continua a leggere: Crisi del debito: che cosa insegna l'Argentina

Stai a vedere che il momento è quello buono e che forse stavolta una tassa sulla speculazione finanziaria e sulle attività di chi fa soldi con i soldi potrebbe diventare realtà? Parliamo della Robin Hood tax, una tassa per togliere risorse alla speculazione finanziaria e dirottarle verso il settore pubblico e il sostegno alle fasce di popolazione più deboli.
Ne torna a parlare il New York Times, che registra un interesse notevolmente aumentato attorno a questa ipotesi che non piace più solo ai no global e ai movimenti di estrema sinistra oppure al movimento Occupy, ma piace anche ai governi, a potenti della Terra (Al Gore), leader religiosi (Papa Benedetto XVI e l’Arcivescovo di Canterbury) e persino a protagonisti dell’industria e della finanza, come Bill Gates e George Soros.
Una tassa sulle transazioni finanziarie, per togliere ai ricchi (banche e operatori della finanza) per dare ai poveri (i cittadini) come faceva Robin Hood, è complicata ma possibile da realizzare e soprattutto potrebbe ottenere due risultati: da un lato rallentare e dissuadere la speculazione selvaggia, dall’altro fornire risorse per rilanciare l’economia e attenuare le disuguaglianze all’interno delle società occidentali. Ma ci sono alcune resistenze da superare.
Continua a leggere: È il momento giusto per una Robin Hood tax globale?

Le banche italiane sono state le prime a ribellarsi e protestare contro le nuove regole imposte dall’Eba, l’Autorità bancaria europea: in base ai nuovi criteri di capitalizzazione gli istituti di credito italiani dovrebbero raccogliere oltre 15 miliardi di euro per far fronte ai rischi legati alla crisi del debito; ma l’Abi ha contestato le valutazioni europee e la stessa Banca d’Italia sostiene che i gruppi italiani sono già attrezzati per superare la congiuntura.
A leggere Blooomberg, però, si capisce come le richiesta dell’Eba rischino di mettere in ginocchio l’intero settore bancario e, invece di rafforzare le banche europee, possano addirittura indebolirle, costringendole a vendere “i gioielli della corona” per ottemperare alle richieste del regolatore.
I più grandi gruppi bancari europei, a cominciare da quelli francesi e spagnoli, si preparano a vendere i pezzi più pregiati, cioè le controllate più redditizie e i rami d’azienda che fanno più utili: l’obiettivo è fare cassa e ottenere il risultato richiesto nel modo più semplice e rapido. Così facendo, però, rafforzano solo apparentemente la loro patrimonializzazione, mentre in realtà si indeboliscono e perdono l’opportunità di crescere quando l’economia riprenderà a correre.
Continua a leggere: Con le regole Eba banche costrette a svendere i gioielli

Nel giorno del tracollo dell’Italia, con i titoli di stato emessi dal Tesoro italiano affondati sotto uno spread di oltre 550 punti base rispetto ai Bund tedeschi, la Borsa di Milano ha subito un pesante tracollo (l’Ftse Mib ha perso il 3,78%, pericolosamente vicino ai 15000 punti) e fra i titoli più sotto pressione si è distinta in negativo Unicredit.
La conglomerata italiana sconta di certo la bufera che si è scatenata sui Btp in seguito all’annuncio ambiguo di Berlusconi: dimissioni annunciate e promesse, ma non rassegnate concretamente. Ma Unicredit, più di altri titoli bancari, è sulla graticola anche per motivi interni.
Anche in seguito alla crisi del debito sovrano in Europa - e in seguito alle numerose acquisizione che hanno fatto della banca italiana uno dei bi player europei del settore - Unicredit è in difficoltà sotto il profilo della capitalizzazione, come molte altri istituti italiani eccetto (fra i maggiori) IntesaSanpaolo, e probabilmente dovrà chiedere ai soci di mettere mano al portafogli e partecipare a un aumento di capitale. Ma c’è di più.
Continua a leggere: Unicredit in allegra compagnia tra le 29 banche globali pericolose

La dimostrazione finale - se mai ce ne fosse una - che il vero atout sui mercati è la fiducia viene dagli Us Treasury Bond, i buoni del tesoro americani. Anche se gli Stati Uniti hanno perso una delle tre A sulla valutazione del proprio debito, in tutto il mondo l’investimento in obbligazioni del Tesoro americano è visto come una garanzia, con un riflesso paradossale sui tassi di interesse.
Il Tesoro americano, come scrive il Wall Street Journal, ha offerto bond a breve scadenza con un tasso persino inferiore a zero; e alcune banche e istituzioni finanziarie hanno accettato di acquistarli! In pratica gli investitori sono disposti a pagare per finanziare il debito degli Stati Uniti: il sogno di qualsiasi ministro del Tesoro.
Non importa il downgrade deciso dalle agenzie di rating né le prospettive poco brillanti sulla crescita economica - che nel 2011 non ha superato l’1 per cento - gli investitori in questo momento hanno un’unica preoccupazione: la sicurezza. A tal punto da rinunciare ai rendimenti e persino a rimetterci pur di preservare gran parte del capitale.
Continua a leggere: Gli investitori chiedono sicurezza: corsa ai bond Usa a tasso zero

La crisi dei mutui sub-prime? La bolla delle carte di credito? Il debito sovrano? Il credito al consumo? Tutto questo ci sembrera quasi uno scherzo quando sarà scoppiata la vera, grande bolla che minaccia - anzi ha giù compromesso - il presente e, purtroppo, anche il futuro dell’economia americana: l’indebitamento degli studenti
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Non è ancora del tutto chiaro a gran parte dell’opinione pubblica, anche perché i giornali di casa nostra spesso si occupano più del “colore” che dei contenuti; eppure il movimento Occupy Wall Street è formato in buona parte anche da studenti o neo-laureati, che protestano contro banche e grandi istituzioni finanziarie proprio a causa dei debiti che stanno strangolando un’intera generazione, prima ancora che cominci a lavorare.
Fino a qualche anno fa - lo ricordo nettamente - i lodatori del sistema capitalista americano in servizio permanente effettivo illustravano con ammirazione il sistema universitario degli States, dove gli studenti per pagare le costose rette universitarie si indebitavano a dismisura, ma ricevevano (si diceva così) il sostegno delle banche e delle finanziarie, a volte in accordo con la stessa università.
Continua a leggere: Usa: prestiti per gli studenti, una bolla da $ 550 miliardi
Quali sono gli indicatori classici per verificare lo stato dell’economia? Ci sono gli andamenti dei mercati, il rating dei debiti sovrani, la salute dei conti delle imprese, i consumi, la disoccupazione, il PIL, il reddito medio ed altri altri. Se volessimo cercare indicatori alternativi? Non istituzionalizzati? Le ipotesi sono tante, strambe alcune, e vanno ben oltre al celebre Indice Big Mac.
C’è chi crede sarebbe utile verificare le vendite di preservativi (un loro calo potrebbe indicare una forte percezione della crisi con un conseguente calo della libido), ma anche la misurazione empirica dell’attaccatura dei capelli seguendo l’idea che ad un maggiore stress corrisponde una cospicua riduzione del cuoio capelluto. Alcuni lettori dell’Economist hanno anche consigliato di dare un’occhiata ai redditi dei veterinarie: le vaccinazioni e le cure per gli animaletti domestici sono le prime a calare quando il reddito disponibile scarseggia.
Tutte misurazioni un po’ complicate, con dati non sempre disponibili. E se si usassimo internet? Semplice, veloce ed immediato. Proprio da questo esperimento arriva l’immagine che potete vedere nel post: contare il numero di ricerche su Google per “Gold Price” e confrontarlo con l’indice della fiducia dei consumatori americani. L’evidenza mostra come il dato statistico delle ricerche proveniente da Google Analytics sia molto più “veritiero” nel raccontare l’insorgenza di una crisi finanziaria di quanto non lo sia l’indice istituzionale. Non sarà esattamente scientifico, ma certamente suggestivo.