
Il 2011 che si sta per chiudere ha insegnato a molte persone il significato di alcune parole finora sconosciute o a stento sentite pronunciare in passato: bond, spread, bailout. La crisi del debito sovrano ha investito e quasi travolto la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo poi il contagio si è allargato alla Spagna e all’Italia, i cui titoli di stato sono stati messi sotto pressione. L’ultima asta dei Bot è stata un successo, ma l’Italia rimane un sorvegliato speciale, mentre Francia e Germania non possono stare tranquille.
Il settimanale tedesco Der Spiegel ha deciso di andare a controllare come sta adesso qualcuno che è già passato da una crisi del debito, è finito in bancarotta e ha dovuto attraversare dieci anni di purgatorio prima di tornare alla crescita: l’Argentina.
In pochi, credo, hanno dimenticato lo scandalo creato anche in Italia dai bond argentini, i cosiddetti tango-bond, che parecchie banche avevano rifilato a ignari investitori - comprese vecchiette e pensionati - inconsapevoli di mettere i propri miseri risparmi su un prodotto ad alto rischio. Il rischio poi si avverò, nel 2001 l’Argentina, stretta da una crisi terribile di liquidità, dovette svalutare il suo peso, che era legato al dollaro, smise di pagare i debiti e tagliò stipendi pubblici e investimenti.
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La crisi del debito che attanaglia i paesi europei non sembra attenuarsi, anzi il focolaio si allarga dall’Italia, alla Spagna fino a lambire la Francia, che potrebbe rischiare persino la tripla A sul suo debito sovrano. Nel frattempo la politica americana è in pieno stallo, visto che i repubblicani hanno rifiutato qualsiasi ipotesi di aumento delle tasse per i super-ricchi, mentre i democratici non sono disponibili a tagliare i servizi sociali.
In questo quadro, una crisi irreversibile dell’euro non è impossibile, anzi sembra che alcune istituzioni si stiano preparando allo scenario peggiore, quello di un paese costretto a dare l’addio all’euro a causa di un default, con la possibile conseguenza del fallimento completo dell’euro con il conseguente ritorno alle vecchie valute.
Una previsione di questa entità dodici mesi fa sarebbe valsa un ricovero alla neuro e ancora sei mesi fa poteva sembrare un delirio; adesso, invece, in un quadro così deteriorato può diventare addirittura una profezia che si autoavvera e che diventa realtà proprio perché viene considerata plausibile. Non si dice sempre che alla base dei mercati c’è la fiducia?
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Un fondo salva-stati (Efsf) rafforzato fino a 440 miliardi con la possibilità di acquistare titoli di stato dei paesi europei sia sul mercato primario - come adesso - sia, in aggiunta, su quello secondario, per spuntare le unghie alla speculazione e consentire agli stati di rifinanziarsi sul mercato.
Per i paesi in crisi - Irlanda, Grecia e Portogallo - arriva la riduzione dei tassi di interesse attorno al 3,5% per rendere possibile la restituzione dei debiti senza strozzare l’economia. La Grecia - e solo la Grecia, sottolineano sia i politici sia i mezzi di informazione - potrà scambiare alcuni titoli in scadenza con nuovi titoli: in pratica quello che potrebbe essere inteso come un default selettivo su una parte di debito greco, anche se l’adesione allo scambio (swap) sarà comunque volontaria.
A Berlino i capi di stato e di governo dell’Unione Europea hanno trovato un accordo, soprattutto grazie all’intesa tra la cancelliera tedesca Merkel e il presidente francese Sarkozy, e hanno deciso un nuovo piano di salvataggio da 109 miliardi di euro cui - e questa è una novità - parteciperanno anche i privati per una somma fino a 39 miliardi: saranno obbligazionisti e banche che potranno rinunciare preventivamente a una parte dei soldi che hanno sottoscritto in cambio del salvataggio greco.
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Non ci va giù leggero lo Spiegel, sulla crisi greca e sull’euro. È tempo di un piano B, è tempo di cambiare passo: tenendo gli occhi aperti sulla crisi greca. Negli ultimi 14 mesi i politici europei hanno attuato politiche emergenziali di salvataggio una dopo l’altra, producendo rischi incalcolabili con i loro interventi.
Sempre seconda la prestigiosa testata tedesca, avrebbero rimandato l’incontro con la realtà: il vecchio euro non esiste più, e l’unione monetaria dell’Europa è stata un fallimento. Parole molto dure ed euroscettiche, vediamo di precisare meglio cosa spiegano nel pezzo - che potete leggere in inglese qui.
La sensazione è questa: l’euro è stato più dannoso che utile, e in futuro le cose peggioreranno. Analisti come Friedman lo profetizzavano già nel 2002
Eurolandia collasserà tra i cinque e i prossimi quindici anni
e hanno sottolineato che si dovrebbero prendere decisioni radicali, non continuare a rimandare. Quelli che vediamo oggi, sono solo provvedimenti di emergenza. Rimandano la data dello scontro con la realtà.
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Il “fallimento” della Grecia era un po’ sparito dalle prime pagine dei giornali: ma le cose non si erano affatto sistemate. Anzi: oggi su Linkiesta leggo di un report di UBS non particolarmente tranquillizzante.
L’ultimo report del colosso bancario elvetico UBS non lascia spazio all’ottimismo per il futuro di Atene. Nonostante le raccomandazioni alla calma del ministro delle Finanze George Papaconstantinou, il destino del Pireo è segnato. Il fallimento arriverà e la Grecia dovrà rinegoziare i suoi debiti. Per l’Eurozona potrebbero esserci perdite per almeno 155 miliardi di euro. Ma a preoccupare è il contagio che si scatenerà in seguito alla dichiarazione d’insolvenza.
Si mette molto male quindi per Papaconstantinou, ma soprattutto per i creditori del debito greco. Le cifre sono importanti…
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