
Quanto può crescere ancora Apple? Non parliamo delle vendite che certamente sorrideranno al nuovo iPad, o meglio New iPad, appena lanciato da Tim Cook in quella sorta di rito di cui Steve Jobs era maestro. Il punto è se questo nuovo prodotto, insieme alle altre novità annunciate dalla Mela, riuscirà a trainare ulteriormente il titolo della società.
Nell’ultima settimana Apple ha superato ormai con convinzione la soglia dei 500 dollari per azione, anzi sembra puntare a quota 550: un guadagno superiore al 50% in un anno, mentre la società capitalizza più di 500 miliardi di dollari. più di Google e Microsoft messe assieme. C’è davvero spazio per crescere ancora?
Uno dei fondatori di Apple, Steve Wozniak, sembra crederci, anzi è convinto che - come alcuni favoleggiano - la società possa raggiungere il record dei mille dollari per azione: un prezzo che fa girare la testa al solo pensarci. Wozniak, però, non parla tanto come esperto di finanza e di Borsa, quanto come intenditore di tecnologia: più che l’iPad per lui la vera chiave potrà essere la Apple tv.
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La dimostrazione finale - se mai ce ne fosse una - che il vero atout sui mercati è la fiducia viene dagli Us Treasury Bond, i buoni del tesoro americani. Anche se gli Stati Uniti hanno perso una delle tre A sulla valutazione del proprio debito, in tutto il mondo l’investimento in obbligazioni del Tesoro americano è visto come una garanzia, con un riflesso paradossale sui tassi di interesse.
Il Tesoro americano, come scrive il Wall Street Journal, ha offerto bond a breve scadenza con un tasso persino inferiore a zero; e alcune banche e istituzioni finanziarie hanno accettato di acquistarli! In pratica gli investitori sono disposti a pagare per finanziare il debito degli Stati Uniti: il sogno di qualsiasi ministro del Tesoro.
Non importa il downgrade deciso dalle agenzie di rating né le prospettive poco brillanti sulla crescita economica - che nel 2011 non ha superato l’1 per cento - gli investitori in questo momento hanno un’unica preoccupazione: la sicurezza. A tal punto da rinunciare ai rendimenti e persino a rimetterci pur di preservare gran parte del capitale.
Continua a leggere: Gli investitori chiedono sicurezza: corsa ai bond Usa a tasso zero

Quanti sono 14.5 Trilioni di dollari (vale a dire l’ammontare, in costante crescita, del debito pubblico americano)? Il “Trilione” corrisponde a mille miliardi, una cifra talmente grande da perdere anche senso e significato. Proprio per questo è utile andare a dare un’occhiata all’infografica pubblicata qui che cerca di spiegarlo nel modo più semplice ed intuitivo possibile.
In questo modo possiamo scoprire che se noi prendessimo in prestito 1 dollaro ogni secondo ci vorrebbero 12 giorni prima di raggiungere un milione di dollari. Allo stesso modo sarebbero necessari 31 mila anni per arrivare alla cifra di un trilione. Bene, nell’ultimo anno il governo americano ha preso in prestito ogni secondo 41.6 milioni di dollari. D’altra parte con 14.5 trilioni di dollari si potrebbe sfamare l’intera Africa orientale per qualcosa come 4000 anni, due volte lo sviluppo della civiltà della nascita di Cristo in avanti.
Ha ancora senso considerarlo un “credito esigibile” nel senso assoluto del termine?
Via | Business Insider

Cosa deve fare il presidente Obama per ridurre il debito americano? Secondo il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz le mosse sono essenzialmente quattro, nessuna “particolarmente complicata”, ma nessuna ben vista dai Repubblicani (che tengono essenzialmente per il collo Obama) e da gran parte dei Democratici.
Vediamole:
1. Abrogare immediatamente i tagli alle tasse per i più ricchi, sia quelli di Bush Junior sia quelli prorogati dall’attuale amministrazione
2. Fine alle guerre in Afghanistan e in Iraq “che non hanno migliorato la nostra sicurezza” e stanno costando migliaia di miliardi di dollari
3. Investimenti per lo stimolo dell’occupazione. “Mettere le persone al lavoro può costare soldi, ma farà crescere le nostre entrate fiscali nel medio periodo” alleviando il deficit.
4. Riforma del Medicare. Secondo la legge attuale le grandi case farmaceutiche fissano i propri prezzi, eliminare questa disposizione consentirebbe al governo di negoziare con Big Pharma da una posizione di forza risparmiando 1000 miliardi in 10 anni con i nuovi contratti.
Il tema dei costi delle “guerre al terrore” è già caro a Stiglitz. Il suo libro del 2010 “La guerra da 3000 miliardi di dollari” ha un titolo piuttosto eloquente, ma per il resto la semplicità della sua ricetta, in netta controtendenza con tutti gli economisti che in questo momento di crisi finanziaria continuano a chiedere austerità e tagli, sorprende. Stiglitz non è un fanboy della corsa alla crescita economica a tutti i costi, eppure mantiene salda la correlazione fra la possibilità di ridurre il debito americano e la necessità di rilanciare l’occupazione. Tutti temi spariti dall’agenda dei leader politici del mondo in queste settimane convulse.