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Nomura sceglie una donna, ma l'Italia rinvia le quote in cda

pubblicato da alessandro condina


Da un paese conservatore come il Giappone arriva la notizia che una grande azienda sceglie una donna, oltre ad alcuni top manager stranieri, in un posto chiave; dall’Italia invece arriva lo stop del governo che ha fatto rinviare l’accordo bipartisan sui posti da riservare alle donne nei cda, almeno delle società a paertecipazione pubblica. Nella recente tornata di nomine, la banca d’affari giapponese Nomura ha scelto una donna, Junko Nakagawa, come chief financial officer: è un fatto assai inusuale per una società tradizionalista come quella del Sol Levante, anche se l’azienda sottolinea di non aver scelto la signora Nakagawa perché è una donna, ma perché è un ottimo top manager, che dal 1988 lavora in Nomura per cui ha curato anche alcuni dossier delicati come la quotazione a Wall Street.

In ogni caso Nomura dimostra un’apertura all’innovazione inaspettata, visto che oltre ad aver promosso ai vertici una manager donna, ha scelto anche alcuni senior manager stranieri, come l’indiano Jasjit “Jesse” Bhattal, vicepresidente del gruppo e direttore esecutivo della divisione banca wholesale, in uno sforzo di internazionalizzazione che rimane ancora una lontana prospettiva per le grandi imprese italiane quotate, dove la presenza di donne e di stranieri è estremamente rara, con una conseguente carenza di varietà e innovazione.

Secondo LaVoce.info

numerosi studi empirici trovano una relazione positiva significativa tra diversità del board, con presenza di donne, di stranieri e di determinate minoranze, e performance societaria. Ma anche perché questi dati confermano che la scarsa mobilità delle élite italiane è un problema non solo generazionale, ma anche di background: tutti uomini, se possibile italiani.

C’è una strada per riequilibrare la presenza dei sessi nei cda: le famose quote rose che quasi tutti, le donne in testa, aborriscono, ma che si sono dimostrate efficaci e utili per sfondare il famoso “tetto di cristallo” che impedisce alla componente femminile della società di emergere nei posti chiave. A gennaio la Francia ha approvato una legge secondo cui entro il 2017 il 40% dei posti in cda dovrà essere coperto da donne, ma il 20% dovrà essere raggiunto entro il primo gennaio 2014.

Anche altri paesi - per prima fu la Norvegia poi si è aggiunta la Spagna socialista - hanno leggi simili e l’Italia da mesi sembra sul punto di dotarsi di una norma che va in questa direzione, grazie all’impegno di Lella Golfo, parlamentare del Pdl e presidente della Fondazione Marisa Bellisario. In commissione Finanze al Senato era stato raggiunto un accordo fra maggioranza e opposizione proprio su questo punto, per approvare in quella sede la nuova legge senza passare dall’Aula: un terzo di donne in cda entro tre rinnovi dei consigli di amministrazione.

Il sì sarebbe dovuto arrivare ieri, proprio in occasione dell’8 marzo, ma il governo ha stoppato l’accordo dando un parere negativo, nonostante l’impegno dello stesso presidente del Senato: al governo non piace che le società partecipate da capitali pubblici debbano adeguarsi alla quota del 30% entro tre rinnovi e preferisce lasciare più tempo alle aziende per adeguarsi.

Sono mesi che questo balletto va avanti, ma c’è un motivo facilmente comprensibile: abbandonare la poltrona non fa piacere a nessuno e una norma che obbliga a cambiare praticamente un terzo dei consiglieri - visto che la presenza femminile è risibile - fa storcere il naso a molte lobby. Vedremo mai la legge sulle quote rosa in cda? È lecito dubitarne.

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