
Il caso di Facebook, insieme ai successi di altre società più piccole ma comunque redditizie e vendute a peso d’oro, ha riacceso negli investitori la voglia di finanziare le buone idee e le imprese allo stato embrionale, almeno negli Stati Uniti dove la tradizione dei venture capitalist e dei business angel ha radici ben consolidate.
Invece di aspettare l’arrivo in Borsa e investire su una società già quotata, si può guadagnare molto (ma molto!) di più investendo su una società appena nata, una start-up, che se funziona può moltiplicare di molte volte il finanziamento iniziale grazie a un buon collocamento sul listino (Ipo) oppure all’acquisizione da parte di una società più grande.
Il primo caso è quello di LinkedIn o di Zynga o della stessa Facebook, che sta per debuttare sul mercato; il secondo è quello di Instagram, su cui Andreessen Horowitz aveva puntato 250mila dollari, che sono diventati 78 milioni di dollari dopo che proprio Facebook ha acquisito per un miliardo il servizio di foto editing e pubblicazione online. Sull’onda di questi casi sembra che ci sia un rinnovato interesse sul capitalismo di ventura.
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C’è una data per l’Ipo di Facebook: secondo il Wall Street Journal si tratta del 18 maggio, quando finalmente tutti gli investitori saranno liberi di butt… pardon, investire i propri soldi nell’azienda di Mark Zuckerberg.
Intanto, però, non spariscono le nuvole attorno alle reali prospettive di crescita della società e soprattutto all’appetibilità dei messaggi pubblicitari pubblicati sulle pagine personali degli utenti di Facebook e degli altri social network. Sempre secondo il Wall Street Journal, mentre da un lato gli inserzionisti sono esortati a utilizzare nuove forme di annunci pubblicitari, d’altra parte la loro libertà di azione è molto ridotta.
Secondo il quotidiano newyorchese, siti come Google e Yahoo offrono più opportunità di profilare gli utenti e permettono ritorni superiori in rapporto agli investimenti pubblicitari. Facebook, che non fa pagare gli utenti per utilizzare i suoi servizi, ha estremo bisogno della pubblicità per sopravvivere e per accrescere il fatturato; ma se questa pubblicità non dà sufficienti ritorni rischia di diminuire.
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Si avvicina a grandi passi la quotazione in Borsa di Facebook, che secondo il New York Times avrà il ticker Fb e potrebbe essere sul Nasdaq già dal prossimo mese, ma con un punto interrogativo. La Ipo può valutare la società numero uno del social networking fino a 100 miliardi, a quel punto quindi Facebook distorcerà l’indice Nasdaq 100 in modo che diventi ancora più volatile di quanto non sia già?
In questo momento poche grande aziende “fanno” l’indice e ogni loro variazione si ripercuote in modo spropositato sul Nasdaq: sono Apple, Google, Microsoft, Intel e Oracle, che insieme rappresentano quasi la metà del valore di tutto il Nasdaq 100. Grazie alla sua incredibile corsa, Apple da sola è arrivata a rappresentare il 20% dell’indice.
Non è ancora chiaro, ovviamente, che tipo di peso avrà Facebook e non si potrà valutare fino al momento del debutto, ma non è difficile immaginare che avrà un andamento tutt’altro che tranquillo, Dato l’enorme interesse nella società da parte degli investitori e la stampa e il flottante relativamente piccolo, almeno in un primo tempo, è facile che ogni annuncio o indiscrezione possa provocare un’impennata o un crollo.
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Tutti ormai abbiamo letto della mirabolante acquisizione che ha portato Instagram nelle grinfie di Facebook al prezzo da capogiro di un miliardo di dollari. Che cosa succederà adesso, però, nel campo dei social network, soprattutto nell’ottica di ulteriori acquisizioni e di consolidamento di posizioni dominanti?
Il fenomeno in sé non è una novità, visto che già Twitter aveva acquisito la piattaforma di blogging Posterous, Google ha raccattato qua e là altre piccole società come Slide e, nella preistoria dei social, MySpace era stata conquistata, a un prezzo salatissimo, da News Corp di Murdoch.
Il punto è che con l’acquisizione di Instagram Facebook, come si suol dire, ha “innalzato il livello dello scontro”, mettendo in chiaro che è pronto a mettere sul piatto “una paccata di miliardi”, come dicono oggi i professori alla moda, per far fuori la concorrenza e recuperare il terreno perduto nei settori in cui è più debole, come appunto la condivisione di foto. Da ora in poi il campo dei social sarà un affare privato tra i grandi player in grado di movimentare somme colossali per aggiudicarsi le iniziative più promettenti? Ovviamente i nomi sono i soliti: oltre a Fb ci sono Google+ e Twitter.
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L’Ipo di Facebook non sarà un affarone solo per Mark Zuckerberg, per gli azionisti che si sono già accaparrati i titoli della società prima della quotazione, per le banche finanziatrici e per i vari incubatori e angeli che hanno fornito i capitali iniziali. Anche lo stato della California - sede della Silicon Valley - farà il colpaccio: 2,5 miliardi che incasserà dalle tasse nei prossimi anni.
Lo sbarco in Borsa del re dei social network, infatti, genererà una nuova piccola folla di milionari e miliardari, che in parte contribuiranno a riempire le casse della California, che è finita in default anche se in Europa non ce ne siamo accorti, perché gli Stati Uniti - a differenza dell’Ue - hanno un bilancio federale. In ogni caso i 2,5 miliardi dollari di entrate sono stati calcolati da un rapporto dell’ufficio di Analisi legislative dello stato: i dipendenti di Facebook e gli investitori, infatti, dovranno pagare l’imposta sulle plusvalenze sulle stock options che convertiranno.
Le nuove entrate tributarie arriveranno nell’arco di alcuni anni: la California si aspetta circa $ 500 milioni in questo anno fiscale e 1,5 miliardi il prossimo; il resto arriverà nel tempo. L’Ipo di Facebook, del valore di almeno 5 miliardi di dollari, è attesa da parecchi mesi e anche se non arriverà fino a 10 miliardi sarà comunque il debutto più ricco di una società americana di Internet da Google piazzò la sua offerta da 1,7 miliardi dollari nel 2004.
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Il 2011 è stato un anno dalla doppia faccia per quanto riguarda i collocamenti in Borsa: i primi sei mesi sono stati all’insegna dell’entusiasmo e della fiducia con un aumento delle Ipo; poi però ci si sono messi il terremoto e lo tsunami in Giappone, la crisi del debito in Europa e l’abbassamento del rating degli Stati Uniti, così la seconda parte dell’anno - contrariamente al solito - è stata povera di nuovi debutti.
D’altro canto le società tecnologiche hanno riscoperto il brivido dell’Ipo e finalmente gli investitori sono tornati a puntare su Internet dopo essersi ripresi dallo scoppio della bolla tecnologica nel 2001. Sul Nasdaq sono arrivati titoli attesi e desiderati come LinkedIn, Groupon e Zynga; quindi i nomi di grande richiamo hanno risentito solo marginalmente del rallentamento.
Per quanto riguarda questo 2012 appena cominciato, quindi, le prospettive sono incerte quasi per tutti, salvo la tanto attesa Ipo di Facebook che dopo annunci, smentite, passi indietro e collocamenti azionari privati sembra pronto a sbarcare in Borsa entro la primavera.
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Attenzione attenzione, pericolo bolle in esplosione! Sui listini di Borsa americani è appena sbarcato, come vi avevamo anticipato, un nuovo titolo legato ai servizi via Internet, quell’Angie’s List che esiste dal 1996 e che è riuscita a concludere il collocamento azionario al livello più alto della forchetta prevista: 13 dollari per azione che hanno significato una raccolta di 114 milioni di dollari attraverso l’Ipo.
Al primo giorno di contrattazioni il titolo ha aperto già a 18 dollari, il che significa un guadagno del 40 per cento per la società, che viene così valutata complessivamente 900 milioni di dollari. Eppure da quando esiste Angie’s ha registato tassi di crescita piuttosto bassi in confronto ad altre start-up e ancor più deludenti rispetto ai titoli del settore tecnologico. In particolare l’azienda non ha ancora generato utili e, sebbene abbia un discreto flusso di cassa, le spese di marketing e promozione sono quasi altrettanto alte del fatturato.
Quest’ultimo punto accomuna Angie’s a un altro debuttante dei listini finanziari americani, quel Groupon che da pochi settimane è quotato al Nasdaq e che ha fatto sollevare più di un dubbio sulla sostenibilità del suo piano industriale e soprattutto sulla redditività a lungo termine. Per di più su Groupon ci sono anche dubbi se possa essere considerato davvero un titolo tecnologico. Non sarà che ci troviamo di fronte a una nuova bolla finanziaria, simile a quella che ubriacò i mercati alla fine degli anni Novanta del Novecento per poi esplodere e travolgere - soprattutto - moltissimi piccoli investitori poco avvertiti?
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C’è un nome nuovo nell’elenco delle aziende tecnologiche di sicuro successo con la prospettiva di uno sbarco trionfale in Borsa. Insieme ai vari Facebook, Zynga, Groupon bisognerà tenere d’occhio le scelte strategiche di un’azienda che per adesso si identifica con un prodotto, ma che ha già più di 50 milioni di utenti, compresi me e probabilmente molti voi.
Parliamo di Dropbox, quel servizio online che consente di conservare in Internet - nella “nuvola” come va di moda dire adesso - tutte quelle informazioni che fino a poco tempo fa finivano nei dischi fissi del pc, del tablet, nella memoria della fotocamera o sull’ipod, nelle chiavette Usb e che spesso non sappiamo dove andare a cercare.
Un successo di dimensioni così importanti che l’ideatore del servizio e fondatore dell’azienda è finito sulla copertina del prossimo numero di Forbes, che dedica un lungo servizio al giovane Drew Houston, Andrew all’anagrafe, uno smanettone classe 1983 che si è permesso di dire no a Steve Jobs e adesso possiede il 15% della sua società: sulla carta un valore di 600 milioni di dollari.
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La crisi dei mercati finanziari si riflette sulle scelte di molte società che per adesso evitano la Borsa: dopo un’estate di passione il mese di settembre non ha registrato miglioramenti e, per quanto riguarda le Ipo globali, il terzo trimestre dell’anno si è chiuso con un netto calo rispetto al 2011. A livello mondiale, come segnala il rapporto di Renaissance Capital, solo 59 compagnie sono sbarcate in Borsa nel terzo trimestre del 2011, raccogliendo solo 23 miliardi di dollari: un calo del 49 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
Avevamo già visto come molte società avevano rinviato o si preparavano a rinviare l’ingresso sul mercato dei capitali, in attesa di tempi migliori, come ha fatto per esempio Facebook: la conseguenza è che il numero di affari e le risorse rastrellate sul mercato sono scesi al livello più basso dal terzo trimestre 2009.
Questo periodo dell’anno, in genere, è il meno propizio e il meno attivo per quanto riguarda le Offerte pubbliche di vendita, ma il 2011 si sta confermando un anno di passione, nonostante i primi mesi avessero mostrato un nuovo interesse per la Borsa. Dietro questo comportamento conservativo ci sono ovviamente i timori legati al pessimo andamento dei listini negli ultimi mesi: la crisi del debito in Europa e l’andamento dell’economia negli Stati Uniti, prossimo alla stagnazione, non lasciano presagire nulla di buono e spingono molte imprese ad aspettare tempi migliori.
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Alzi la mano chi non ha mai controllato un “affare” su Groupon o non ha quanto meno sentito parlare di questo sito che mette a disposizione buoni sconto per cene, trattamenti, estetici, palestra o vacanze. La società, fondata nel 2008 dallo studente Andrew Mason, si prepara a sbarcare in Borsa a Wall Street dove ha presentato i documenti ufficiali per la quotazione. Un nuovo campione del settore tecnologico o un altro passo verso la seconda bolla di Internet in Borsa?
Formalmente Groupon punta a raccogliere, con l’Offerta iniziale di collocamento, una cifra attorno ai 750 milioni di dollari, con una valutazione implicita della società compresa fra i 15 e i 20 miliardi. Ma - stando a quello che riferisce il New York Times - l’interesse del mercato è tale e l’attenzione degli investitori è così alta che Groupon potrebbe raccogliere molto di più.
Si parla di cifre vicine ai 3 miliardi di dollari che significherebbero per la società una valutazione da 30 miliardi di dollari, più di quanto venne valutata Google al momento della quotazione: non male per un’azienda che dà lavoro a circa 7mila dipendenti e ha già più di 83 milioni di clienti in tutto il mondo, ma che l’anno scorso era stata valutata 1,4 miliardi e a dicembre aveva rifiutato i 6 miliardi di dollari offerti da Google per l’acquisizione.
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