L’altro giorno, leggendo questo articolo di Wired su Steve Jobs, “il miglior amministratore delegato del mondo”, mi ero ritrovato a condividere in buona parte il contenuto, ma avevo anche pensato che suonasse troppo da “compianto”. E in effetti era tristemente così.
Ognuno può ricordare Jobs per molte delle cose che ha fatto e per gli oggetti con cui, in qualche modo, ha cambiato il nostro mondo, sia quando ha innovato completamente - come con i primi Apple costruiti insieme a Stephen Wozniak - sia quando ha ripensato prodotti che esistevano già, come il lettore mp3 e il tablet, cio l’iPod e l’iPad, o il cellulare, l’iPhone, trasformando in qualcosa di nuovo.
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Ieri, in serata l’oro è arrivato alla quotazione record di 1,829.70 dollari l’oncia (un’oncia corrisponde a 28,34 grammi). In un momento critico per la finanza e le borse mondiali, chi ha da spendere vuole il genere di certezza che solo il metallo giallo può garantire. I dealer sono tutti rialzisti, come scrive il Sole24Ore
«I dealer ne comprano tantissime e sembra che tutti siano rialzisti». Le ’scommesse’ suggeriscono che c’è una diffusa aspettativa di vedere presto infranta anche la barriera dei 2mila dollari. L’obiettivo è del resto ritenuto possibile da molti influenti analisti, anche se ieri Paul Walker della Gfms (società di consulenza specializzata in metalli preziosi, che produce statistiche per il World Gold Council) ha escluso che questo possa accadere nei prossimi sei mesi: «In questo arco di tempo dovrebbero esserci notizie davvero drammatiche per spingere l’oro sopra 2mila dollari. Crediamo invece che il picco sarà a 1.900 dollari»
A quanto arriverà l’oro? Supererà il muro - anche psicologico - dei 2mila dollari all’oncia? Lo vedremo nei prossimi mesi, ma altre notizie che circondano sempre il metallo prezioso, non fanno ben sperare in un calo del prezzo. Il Venezuela per esempio, ha deciso di “ritirare” 11 miliardi di dollari di riserve auree venezuelane custodite all’estero e di nazionalizzare l’industria estrattiva operante localmente. Spiega Stefano Agnoli:
«Abbiamo tra i 12 e i 13 miliardi di dollari di riserve in oro e non possiamo consentire che venga esportato all’ estero», ha dichiarato il presidente venezuelano. Chavez, in realtà sta tornando sui suoi passi: lo scorso anno aveva autorizzato l’ esportazione del 50% del metallo prezioso, contro il tetto del 30% in vigore in precedenza, destinando alle riserve nazionali il restante 50%
Ma chi estrae l’oro venezuelano? Una sola società, la Rusoro, controllata dai russi della famiglia Agapov, che sul suo sito pochi ore fa ha pubblicato un comunicato in cui casca dalle nuvole, e spiega di non avere avuto indicazioni precise dal governo. Inoltre, il giro di vite di Chavez sarebbe destinato a chiudere miniere illegali e scavi non autorizzati. Chiude il Sole:
Sorpresi? È l’effetto Etf. Questi sì sono stati abbandonati dagli investitori: -82% rispetto al secondo trimestre dell’anno scorso. È vero che il confronto è con un periodo di eccezionale successo di questi strumenti. Ed è anche vero che le 51,7 tonnellate di lingotti accumulati in questo modo tra aprile e giugno 2011 non sono poi così pochi.
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Non è un bel periodo. Né per gli Stati Uniti, né per la vecchia Europa. L’enorme volatilità di Wall Street di settimana scorsa potrebbe avere traumatizzato per i prossimi anni schiere di investitori. Che impiegheranno chissà quanto a riprendersi, lo si legge su Bloomberg:
La volatilità record della settimana scorsa è terminata dopo quattro giorni. Lo stato di ansia tra chi investe nei fondi, potrebbe durare anni (…) questo giro sull’ottovolante è stato snervante per gli investitori dei fondi, che avevano già sopportato l’esplosione della bolla nel 2000, un crollo dell’indice S&P 500 (SPX) da ottobre 2007 a marzo 2009, e il crollo del maggio 2010 che cancellò in un solo giorno 862 miliardi di dollari.
Quella recente potrebbe essere stata una botta molto dura da recuperare. E in Europa? Se Atene piange, Sparta non ride. Stamattina il WSJ riferisce che funzionari Fed si starebbero incontrando con i rappresentanti delle filiali americane delle banche europee per monitorare quanto siano “sicure”, e assicurarsi dei livelli di finanziamento. Della volatilità di Piazza Affari invece, scrive Vittorio Carlini sul Sole24ore
Nelle Borse dell’incertezza, si sa, i fondamentali hanno un peso relativo. Più cresce la volatilità (e la paura), più si vende di tutto. Quando, al contrario, i mercati sono meno isterici i dati di bilancio rilevano con maggior forza. Per rendersene conto basta buttare l’occhio sulle semestrali della big corporate di Piazza Affari: dagli industriali alle tlc fino alle utility. Il Sole 24 Ore ha passato ai raggi x i dati di bilancio, a fine giugno 2011, confrontandoli con quelli della prima metà del 2010. Ebbene, salta fuori che il fatturato complessivo (escluse Prysmian e Impregilo i cui numeri non sono ancora noti) è salito a 188,2 miliardi di euro, a fronte di 169,3 miliardi realizzati nello stesso periodo dello scorso esercizio. Un buon balzo dei ricavi di 18,9 miliardi che, a livello percentuale, vale una crescita in doppia cifra (11%). Un po’ diverso, invece, il discorso sul fronte dei profitti
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Warren Buffett, gigante della finanza internazionale un paio di giorni fa ha proposto la sua ricetta anticrisi: smetterla di coccolare i megaricchi come lui e fargli pagare qualche tassa in più, lo scriveva sul NYTimes. Buffett portava naturalmente l’esempio della tassazione negli Stati Uniti, e di quanto lui pagasse di tasse ogni anno - circa 7 milioni di dollari - mentre dall’altra parte dell’oceano, Luca di Montezemolo a proposito del decreto anticrisi di Giulio Tremonti diceva “Una cosa è chiedere un contributo di solidarietà a me o a Berlusconi, una cosa è colpire un dirigente con famiglia a carico”. Una coincidenza singolare. Ma in queste ore, mentre si attenua il chiasso per l’articolo firmato Buffett in cui chiede gli vengano aumentate le tasse, arrivano le conferme del successore. Già perché Buffett ha spiegato alla PBS che
“Ci sono molte persone adatte, ma solo su una il board si è mostrato d’accordo (…) se morissi stanotte, domattina ci vorrebbe meno di un’ora al board per annunciare il mio sostituto
Un nome che circolava fin dallo scorso ottobre era quello di Todd Combs, manager di Berkshire Hathaway, in precedenza in forza alla Castle Point Capital Management.
Prima c’era da andare in banca, negli orari di apertura, oppure da tenere i soldi sotto il classico materasso: ma con l’invenzione del bancomat le cose cambiarono parecchio. Era il 27 giugno 1967 quando aprì il primo vero bancomat, come lo chiamiamo in Italia, nel mondo anglosassone si chiamano ATM, Automatic Teller Machine. Sorgeva a Enfield Town, nel Regno Unito. BBC ricordava così il quarantennale del 2007:
Fu un inventore scozzese, John Shepherd-Barrom a immaginare una macchina self service che potesse essere utilizzata 24 ore al giorno 7 giorni su 7, per prelavare dal proprio conto in banca. Sua moglie lo convinse anche a usare un pin di quattro cifre, invece di sei come pensava inizialmente, pensando che sarebbe stato più facile da ricordare (…) spiega l’inventore “Sono felice che la mia macchina vada ancora così bene. Mi ricordo che nel 1965 dovevo sempre andare in banca a prelevare il sabato mattina. Un sabato ero in ritardo di un minuto e la banca era già chiusa. Dovetti chiedere al mio meccanico di cambiarmi un assegno. Quella notte iniziai a pensare che ci dovesse essere un modo per avere del contante quando ne avevo bisogno. Pensavo a una macchinetta che distribuiva tavolette di cioccolato in un bar - e di certo anche il denaro poteva essere distribuito così! Nel giro di due anni la mia idea diventò realtà e il primo ATM aprì alla Barclays di Enfield
Il primo bancomat italiano invece? Secondo Repubblica Affari e Finanza apparve alcuni anni più tardi, nel 1976. Proprio come in Inghilterra, non in una metropoli, ma a Ferrara, installato dalla Cassa di Risparmio locale. Varesenews invece dice che è successo tutto ancora dopo, nel novembre 1983.

Non ci va giù leggero lo Spiegel, sulla crisi greca e sull’euro. È tempo di un piano B, è tempo di cambiare passo: tenendo gli occhi aperti sulla crisi greca. Negli ultimi 14 mesi i politici europei hanno attuato politiche emergenziali di salvataggio una dopo l’altra, producendo rischi incalcolabili con i loro interventi.
Sempre seconda la prestigiosa testata tedesca, avrebbero rimandato l’incontro con la realtà: il vecchio euro non esiste più, e l’unione monetaria dell’Europa è stata un fallimento. Parole molto dure ed euroscettiche, vediamo di precisare meglio cosa spiegano nel pezzo - che potete leggere in inglese qui.
La sensazione è questa: l’euro è stato più dannoso che utile, e in futuro le cose peggioreranno. Analisti come Friedman lo profetizzavano già nel 2002
Eurolandia collasserà tra i cinque e i prossimi quindici anni
e hanno sottolineato che si dovrebbero prendere decisioni radicali, non continuare a rimandare. Quelli che vediamo oggi, sono solo provvedimenti di emergenza. Rimandano la data dello scontro con la realtà.
Continua a leggere: Crisi Euro e crisi Grecia, l'euro ha fallito?
L’epocale riforma sanitaria portata avanti da Barack Obama negli Stati Uniti continua a trascinare polemiche. L’ultima in ordine cronologica mostra i violenti attacchi della Casa Bianca a una ricerca pubblicata da McKinsey che avrebbe commesso un grave errore diplomatico, più che metodologico: dire la propria verità, a chi non voleva sentirla.
Sta tutto in questa frase: “Democrats don’t like the results, and so McKinsey must pay with its reputation”, ai democratici non andavano bene, così McKinsey ha dovuto pagare con la sua credibilità e la sua reputazione. Leggo sul Wall Street Journal:
L’errore di McKinsey è stato quello di sondare 1300 società e scoprire nei dati che circa un terzo di questo “certamente” o “probabilmente” avrebbe smesso di pagare l’assicurazione ai propri dipendenti nel corso del 2014 (…) McKinsey ha prodotto questi dati nel corso di una normale ricerca di mercato
I democratici hanno immediatamente attaccato i “numeri” usciti dalla ricerca, insinuando che la ricerca fosse stata pilotata e che la metodologia fosse poco corretta…
Continua a leggere: Riforma sanitaria Usa: La Casa Bianca contro McKinsey
Il “fallimento” della Grecia era un po’ sparito dalle prime pagine dei giornali: ma le cose non si erano affatto sistemate. Anzi: oggi su Linkiesta leggo di un report di UBS non particolarmente tranquillizzante.
L’ultimo report del colosso bancario elvetico UBS non lascia spazio all’ottimismo per il futuro di Atene. Nonostante le raccomandazioni alla calma del ministro delle Finanze George Papaconstantinou, il destino del Pireo è segnato. Il fallimento arriverà e la Grecia dovrà rinegoziare i suoi debiti. Per l’Eurozona potrebbero esserci perdite per almeno 155 miliardi di euro. Ma a preoccupare è il contagio che si scatenerà in seguito alla dichiarazione d’insolvenza.
Si mette molto male quindi per Papaconstantinou, ma soprattutto per i creditori del debito greco. Le cifre sono importanti…
Continua a leggere: Crisi Grecia, UBS avverte: «Ristrutturerà il suo debito nel 2012»
Deliberato il 13 aprile scorso dal Consiglio dei Ministri il DEF - Documento di Economia e Finanza - scatta una foto al presente dell’Italia e cerca di delineare il futuro del Paese. È al centro dell’attenzione in questi giorni, sono tante le reazioni al documento. Intanto, potete farvi un’idea da voi, scaricando integralmente i pdf di DEF e PNR per esempio dal sito del Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Questo pezzo di Repubblica di alcuni giorni fa riassume bene il contenuto del documento, la parola chiave è una sola, stabilità.
“L’unico messaggio responsabile e nell’interesse del Paese è che non esistono i presupposti per una crescita duratura ed equa senza stabilità dei conti pubblici”
Continua a leggere: DEF e PNR: Tremonti e il Documento di Economia e Finanza 2011

Non è da ieri che si parla di una nuova bolla internet pronta a scoppiare a breve: Luca De Biase lo ricordava il 1° marzo scorso, per esempio, sottolineando le differenze tra la vecchia bolla, quella che tormentò i mercati tra il 1998 e il 2000 e quella che secondo alcuni analisti starebbe gonfiandosi in questi anni.
Leggete il post di De Biase per farvi un’idea del tema, se non ne sapete nulla. Perché un’introduzione al pezzo di Ashlee Vance uscito su Business Week serve, e quella è perfetta. Che cosa scrive Ashlee? Che questa bolla sarebbe molto differente sia dalla precedente - quella di fine anni novanta - sia da un’altra precedente, più concentrata sull’hardware, esplosa alla fine degli anni ottanta.
Entrambe avrebbero lasciato qualcosa alle spalle su cui ricostruire, delle macerie, sì, ma non un deserto cosparso di sale. Quest’ultima bolla - seconda Ashlee - potrebbe lasciarci a mani vuote. Anzi: a mani ancora più vuote che in passato. Vediamo come in dettaglio dopo il salto.