
La Hewlett-Packard, meglio nota come HP, non produrrà più personal computer. La mossa, annunciata dall’amministratore delegato Leo Apotheker, è la risposta (drastica) alla crisi dell’azienda. Niente più hardware, soltanto software, e la progressiva dismissione della produzione di PC viene anticipata dall’acquisto della società inglese Autonomy, specializzata nella gestione dati delle grandi corporation private, ma anche di committenti pubblici come il Ministero della Difesa americano.
Pur di assicurarsi Autonomy la HP ha pagato l’80% più del valore di borsa corrente dando l’idea ai mercati che quella che potrebbe essere una saggia decisione manageriale sia in realtà un’autentica fuga. Le conseguenze sul titolo della HP sono state semplicemente disastrose: dall’inizio dell’anno aveva perso il 22% del suo valore, in un solo giorno ha pareggiato questa perdita con un secco -20% capace di portare la capitalizzazione ai livelli del 2005.
Una corsa alle vendite con pochi precedenti, aggravata dall’attuale crisi finanziaria che sta comunque colpendo in misura minore le società del comparto hi-tech. Semplice bad timing o una scelta disgraziata? Di certo la delusione degli investitori appare giustificata perché, se è vero che altre grandi aziende (leggi IBM) hanno compiuto la stessa transizione in passato, HP 10 anni fa aveva speso 25 miliardi di dollari per andare nella direzione opposta acquisendo Compaq e l’anno scorso si era assicurata Palm per 1,2 miliardi dando l’impressione di essere pronta a competere con Apple sul terreno divenuto più congeniale all’azienda di Cupertino lanciata proprio dalle vendite di iPad e iPhone.
Nessuno dubita che sia giusto per le aziende puntare a riposizionarsi su business più redditizi (e il software può garantire margini che l’hardware non riesce ad offrire), ma l’isterica confusione che regna nel management HP ha consigliato molti di attendere futuri sviluppi prima di investire nuovamente nella multinazionale statunitense.
[Via | Alphaville]