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Salta la fusione tra le Borse di Sydney e Singapore: rispunta l'interesse nazionale

pubblicato da alessandro condina

Niente fusione tra la Borse di Sydney e quella di Singapore. Il progetto era stato presentato come la risposta di Asia e Oceania ai grandi merger transatlantici che hanno visto unirsi Londra (e Milano) con Toronto, mentre Deutsche Boerse e il New York Stock Exchange a loro volta annunciavano una fusione storica.

Il ministro del Tesoro australiano, Wayne Swan, invece ha detto no e per adesso non si uniranno l’Sgx e l’Asx: secondo Canberra questa fusione non favorisce l’interesse nazionale, per cui “non s’ha da fare”. Una decisione importante e in un certo senso coraggiosa da parte della politica, che spesso tende a tirarsi fuori dal mondo della finanza per lasciar fare al mercato.

Le Borse mondiali tendono a raggrupparsi per risparmiare sugli investimenti e aumentare i margini: non dimentichiamo che le società di gestione dei mercati finanziari - Borsa Italiana, il Nyse, eccetera - sono compagnie private, in cui fine è il profitto. Quindi aumentare le dimensioni e globalizzarsi è una strada utile per migliorae i rendimenti. Che questo poi sia un vantaggio per i paese che ospitano i listini, beh è un altro discorso. Da quando si è unita con Londra, Milano conta ancora meno di prima.

È interessante andarsi a leggere che cosa scrive Morya Longo sul Sole24Ore, citando le perplessità che queste fusioni creano a proposito dei sistemi-paese:

In Canada si sono levate proteste dal mondo politico. Negli Usa si lamenta le fine della centralità di New York come piazza finanziaria. A Milano il dibattito è acceso dal 2007, quando Piazza Affari si unì alla Borsa di Londra. Il punto è infatti che le Borse, oltre ad essere società private (che dunque devono massimizzare i profitti), sono anche strumenti per la crescita economica di ogni paese: sono il volano per l’espansione delle imprese. Ebbene: i benefici derivanti da queste fusioni per i paesi e i sistemi economici appaiono a molti osservatori molto più sbiaditi. Il rischio è che l’interesse degli azionisti prevalga su quello degli stati.

L’Australia ha deciso in modo diverso da Italia, Gran Bretagna, Canada e Stati Uniti: l’interesse nazionale prevale sull’interesse degli azionisti dell’Asx, una lezione che forse potremmo rimpiangere di non aver seguito.

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